La coppia che s’annoia, i bei posti tristi e i cubi di cemento milanesi

Sono seduta in un bar, è domenica mattina. Davanti a me c’è una coppia tedesca. Sono tedeschi dall’attaccatura dei capelli biondi alla suola dei sandali senza grazia. Non parlano, si direbbe che s’annoiano. Sono abbastanza vecchi da non dover mascherare la noia guardando ciascuno il proprio cellulare. Hanno lo sguardo vuoto dei vuoti paesini del Baden Württemberg, dove chi non s’annoia è noioso e chi s’annoia è triste. Guardano con malcelato fastidio l’africano che mi offre le fiabe per bambini , guardano freddamente anche i ravioli che hanno ordinato. È un cibo che non dice loro nulla e che non avrà sapore. D’altronde s’annoiano. Quando torneranno nel loro piccolo paese di gente benestante e di scarsa cultura diranno ai vicini “Das Wetter war schön”.

Sto leggendo “La città e La Casa” di Natalia Ginzburg e un certo Giuseppe scrive: “Penso sempre alla grande noia che regnava fra me e sua madre, e che lui beveva a sorsate, per giornate e giornate, quando era bambino”.

Mi è calata addosso tutta la noia di questo loro pranzo senza sale, le rare parole pronunciate con serissima fatica di vivere. Mi capita spesso di pensare ai tedeschi. Sono, come si dice, un popolo civile, di grande intelligenza, non fanno quasi mai ridere, guardano sei volte prima di attraversare la strada. Questi miei stereotipi in fila sono nient’altro che la fotografia del tempo che ho passato fra loro, in uno di quei piccoli paesi a cui accennavo. Una fotografia senz’altro miope e parziale, ma pur sempre una fotografia. Si respira, in Germania, un alto grado di austerità. C’è l’austerità delle emozioni e l’austerità degli spazi, ma la seconda non è che la conseguenza della prima. La rigidità delle linee che definisce i luoghi e gli oggetti, i rapporti e l’educazione dei bambini, è la loro più grande virtù e la loro maggiore condanna. Ammiro in loro la mancanza di fronzoli, la strada retta che sanno immaginare dove vedremmo un intricato sentiero di montagna, l’azione che segue necessariamente il pensiero, la quasi totale infallibilità dei loro modelli. Non dico certo che la ribellione non sia di casa, ma è ben iscritta in un modello preciso. La folla spaventosa di tossicodipendenti con il viso scavato che vagano per la capitale in cerca di qualche bottiglia di plastica utile alla loro sopravvivenza è qualcosa a cui i tedeschi sanno dare il giusto spazio, passando oltre con lo stesso sguardo privo di stupore che riservano ad un piatto di ravioli in un ristorante del centro di Milano. I tedeschi conoscono il silenzio e lo indossano talvolta con eleganza, talvolta con spaventoso grigiore. La Germania è un bellissimo posto triste.

Amo Berlino solo quanto amo Palermo, e per un comico paradosso credo di amarle all’incirca per gli stessi motivi. Berlino è una città vibrante, dove la vita sembra poter prendere qualsiasi piega le si voglia dare, a patto che lo si faccia colmi di energia. Berlino è il luogo più sinceramente libero e tollerante che io conosca. Eppure, dietro a questa perenne adolescenza si nasconde il peso enorme che solo una storia recente colma di violenze e sofferenze parzialmente taciute sa conferire. C’è un particolare tipo di profondissima tristezza sotto i binari della metropolitana, agli incroci stradali, nei supermercati di periferia. C’è un’enorme desolazione negli occhi di alcuni suoi cittadini; è la disperazione nelle ragazzine che fumano crack in un angolo qualsiasi di una strada qualsiasi un giorno qualsiasi. Non ce lo si toglie di dosso facilmente, quello sguardo vacuo, se si è particolarmente sensibili all’autodistruzione.

In Italia la disperazione non sa essere altrettanto triste, e io non so dire il perché.
L’Italia piace ai tedeschi per gli stessi motivi per cui la disprezzano. E infatti la capiscono bene: prenderla in giro e visitarla sono le due cose che preferiscono fare. Oh, Italien, schön, die Sonne, Berlusconi! Pensavamo di essere meglio, e invece aveva ragione ancora una volta la Ginzburg:

L’Italia è un paese pronto a piegarsi ai peggiori governi. È un paese dove tutto funziona male, come si sa. È un paese dove regna il disordine, il cinismo, l’incompetenza, la confusione. E tuttavia, per le strade, si sente circolare l’intelligenza, come un vivido sangue. È un’intelligenza che, evidentemente, non serve a nulla. Essa non è spesa a beneficio di alcuna istituzione che possa migliorare di un poco la condizione umana. Tuttavia, scalda il cuore e lo consola, se pure si tratta d’un ingannevole, e forse insensato, conforto.

Per anni sono stata affascinata dalla possibilità di una vita tedesca. La vita in un luogo dove l’intelligenza è spesa a beneficio di un’istituzione che possa migliorare di un poco la condizione umana.
Ne ho avuto un assaggio quando, cinque anni fa, ebbi la possibilità di passare un mese a Berlino, negli uffici di un parlamentare. Mi colpirono le mura di vetro di tutti i palazzi del governo. “È perché tutti possano vedere, perché possano sentirsi partecipi”.
Accade, lì, giuro. O mi sembra, ecco. Parliamo pur sempre di un paese nella cui capitale i prezzi degli affitti sono stati bloccati per il buon vivere dei più. Eppure nel tempo che ho speso in Germania, e nonostante tutte le rassicuranti linee dritte e le pareti trasparenti, ho avuto la profonda sensazione di essere avvolta da un sottile manto intriso di malinconia e noia. E allora è stato un susseguirsi di ammirazione e nostalgia di casa, profonda fiducia e totale disinteresse. Vi prego: un guizzo, una crepa sull’intonaco, un urlo sguaiato! Desideri provinciali, ma si sa, l’Italia è una grande cittadina di provincia, eccezion fatta forse per Milano.

Ecco, Milano.

Qualche giorno fa sono andata a cena in un ristorante pugliese. Il titolare ci ha molto gentilmente tessuto le lodi della loro salsa di pomodoro, cucinata, partendo da tre tipologie di pomodoro differenti, niente meno che da sua madre. Ho pensato senza esitazioni che la madre che vantava in cucina fosse un giovane bengalese sottopagato; a quel punto, ho ordinato la pasta con sugo di pomodoro e cozze. Il piatto era buono come ci era stato descritto e probabilmente anche un po’ di più. Aiutato da una bottiglia di vino e da un ambiente pieno di calore, fatto di mattoni a vista e legno scuro, il sugo mi ha dato quella speciale sensazione di gioia accogliente che l’italiano ama trarre dal cibo e da tutto quello che ha imparato a ricamarci intorno. Piena di questa soddisfazione, ho visto uscire dalla cucina una donna dai capelli candidi e ben acconciati, vestita di colori altrettanto chiari, in un tessuto fresco e pieno di eleganza. Era la madre del titolare che veniva a salutare i pochi commensali rimasti con un gran sorriso gentile. Si è seduta ad un tavolo di gente allegra, allegramente parlando con persone che erano amici o semplici clienti abituali, – e poco importa quando il risultato non cambia. Il figlio l’ha raggiunta, prendendo posto al tavolo, ha estratto una sigaretta dal pacchetto, l’ha rigirata fra le dita per qualche secondo, mi ha guardata come a chiedere il permesso, l’ha accesa.

Mi sono scoperta stranamente felice di quel gesto. Il breve cortocircuito dovuto all’infrazione è stato seguito dal grande sollievo per la spontaneità dell’infrazione. Mi piaceva forse l’idea che fosse tutto molto vicino a ciò che le persone avevano voglia di fare e molto meno a ciò che avrebbero dovuto, per amor di legalità e di rispetto alla forma. Mi è piaciuto sicuramente anche l’incosciente accenno ai tempi della mia infanzia, dove, nonostante i pochi decenni trascorsi, c’era qualche regola in meno e qualche disprezzo per la forma in più.

Milano ama la forma, è tutta in forma, formale, formata da grandi venditori di forma. A Milano si raccontano magnifiche storie: un cubo di cemento viene agghindato con un fiocco e tutti sostengono che sia un grande capolavoro e trovano che irradi una bellissima luce. Nessuno ha il coraggio di dire che si tratta pur sempre di un blocco di cemento tanto quanto nessuno ha il coraggio di dire che il re è nudo: nel dubbio un selfie con il blocco di cemento agghindato e via al prossimo luminosissimo, bellissimo, redittizissimo blocco di cemento.

Milano

A Milano le madri in cucina sono spesso ragazzi bengalesi sottopagati e i titolari non accendono sigarette al tavolo con i clienti, ma tutti credono alla storia della madre finché il sugo non la smentisce. Milano non è solo venditrice di fumo, sia chiaro. Ma non è provinciale ed è poco spontanea: ha imparato a vendersi molto prima e molto meglio di chiunque altro in Italia e ha capito, soprattuto, che il blocco di cemento a cui avrebbe apposto il fiocco luminoso non sarebbe dovuto crollare mai e per questo ha ingaggiato i migliori costruttori d’Italia. Milano è una città ben governata e ben abitata, in cui regna un grande equilibrio tra la spinta vitale di un’Italia sgangherata e quella austera e disciplinata di un settentrione operoso. Non vi è intelligenza che circola come un vivido sangue agli squallidi apericena sui Navigli, ma, dicevo, Milano sa fingere che ci sia e, finché l’economia non la smentirà, la storia continuerà a convincere tutti. Milano non è una città colma di gioia ma non porta il peso di nessuna malinconia, funziona perché non eccede, e questa, credo, è la suo piu grande virtù.

La conclusione non c’è, e forse nemmeno il nesso, ma tant’è. Una flusso di coscienza sui luoghi che ho conosciuto e le persone che li abitano, più o meno.

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