Di nuovi sofisti e ossessioni identitarie

Questi sono solo due dei tanti tweet di questo genere del cosiddetto “sofista”,  una persona non ben identificata, ma ben indentificabile come fascista. E non si tratta di un’etichetta fuori luogo volta a delegittimare un pensiero diverso. Chi parla di purezza e superiorità dei popoli occidentali, di civiltà versus barbarie, di confini da chiudere e muri da innalzare, chi tesse le lodi di Almirante, chiedendo per lui vie e glorie eterne, non può essere definito in altro modo se non come un nostalgico del ventennio.

Sicura di non offenderlo con questa definizione, lo immagino eccitato davanti allo schermo del computer, potendo finalmente dar libero sfogo al suo nero nazionalismo, legittimato dai tempi che corrono, dalla libertà d’espressione, dalla possibilità di mischiarsi tra i seminatori di odio oggi diffusi come l’erbaccia tra i binari del treno e domani, se li lasceremo crescere, potenti come gli alberi più maestosi. Quegli alberi che in un primo momento sembra possano donare ai caotici viali delle nostre città un certo senso di ordine, ma poi, quando crescono a dismisura e le loro radici rendono inagibili le strade, ci si accorge che l’ordine era un’illusione e che è necessario abbatterli se si vuole continuare a transitare quelle strade.

Così, il sofista, ancora erbaccia, si esprime indisturbato saltellando tra un social e l’altro, con un discreto seguito e un continuum pericoloso: la superiorità del nostro popolo e la necessità di preservarne la purezza.

Sulla purezza del popolo italiano non è difficile avere qualche riserva, considerando che sulla terra che oggi abitiamo sono passati, nei secoli, greci, Cartaginesi, Latini, Goti, Longobardi, Arabi, Bizantini e Normanni, spagnoli, austriaci e francesi. A meno che non ci si affidi ad una qualche teoria complottista che vede un piccolo gruppo di purissimi italioti magno-greci riprodursi fra di loro nell’isolamento totale, si è costretti a riconoscere la natura meticcia del popolo italiano. Ammettere ciò significa però trovarsi, inermi, di fronte alla precarietà della nostra cultura, tanto da accorgersi che anche quel “nostra” inizia a traballare.

La reificazione della cultura, ossia il tentativo di marmorizzarla, rinchiuderla, delimitarne i confini e vedere in essa una sostanza immutabile di cui ‘noi’  siamo i detentori in contrapposizione a un ‘loro’ che tenta di corromperla, è l’arma più diffusa per combattere il timore che genera in noi la precarietà culturale. L’accorgersi che nulla di ciò in cui crediamo è puro né tantomeno eterno genera la necessità di abbracciare miti rassicuranti. La fede in una sostanza che permane nei secoli fa di ‘noi’ i privilegiati eredi di qualcosa che va difeso da chi, altro da noi, ne illuminerebbe irrimediabilmente le crepe e la conseguente fragilità che cerchiamo in tutti i modi di mantenere nell’ombra.

Francesco Remotti, antropologo, ci mette in guardia da ciò che lui definisce “l’ossessione identitaria”

“Se l’identità è di per sé non solo indiscutibile, ma anche – alla radice – inalterabile, qualunque piccolo spunto rischia di essere vissuto dal “noi” come una minaccia insopportabile. I “noi” interessati alla propria identità sono irritabili, suscettibili e quindi reattivi. I “noi” senza identità (ce ne sono per fortuna nel mondo)  sono invece molto più tolleranti e molto più disponibili al mutamento; il mutamento viene anzi considerato come una fonte irrinunciabile di alimentazione: gli altri non sono una minaccia, sono invece una ricchezza. In conclusione, i “noi” ossessionati dall’identità sono assai più fragili e proprio per questo assai più terribili. L’identità infatti non è soltanto una strategia di difesa: fomenta anche strategie di offesa. Ci vuole poco che dalla preoccupazione per la propria integrità, dal senso di minaccia per la propria “purezza”, si passi a una concezione dell’ “altro” come un “nemico”, null’altro che un nemico. Il “noi” identitario scivola così dalla difesa all’attacco. “

Ecco che queste parole, con grande precisione, mettono a fuoco l’identitarismo ormai sfrenato di un’Italia che, avendo perso la capacità di guardare al mutamento – risultato di un rapporto pacifico con l’alterità – come fenomeno imprescindibile per l’evoluzione e il progresso dei popoli, ha deciso di vedere in esso un nemico da bruciare al rogo, sperando di poter fare di quelle ceneri il suo nutrimento.