L’oblio che saremo

È necessario sradicare un luogo comune sulla nostra attuale situazione di violenza politica. Pochi ci riflettono, lo riceviamo tutti passivamente, senza pensarci, senza nemmeno soffermarci sugli argomenti che lo confermino o le crepe che lo possano smentire. Il luogo comune è quello che afferma che la violenza attuale che subiamo in Colombia sia cieca e insensata.Viviamo una violenza amorfa, indiscriminata, folle? Tutto il contrario. L’attuale ricorso all’assassinio è metodico, organizzato, razionale. Non solo, se facciamo un ritratto ideologico delle vittime passate, possiamo delineare perfettamente il volto delle vittime future. E sorprenderci, forse, con il nostro proprio volto”.

Medellin, Colombia, 1987

Siamo a Medellin, in Colombia, nel 1987. Chi tiene questo discorso è Hector Abad Faciolince, il cui padre, Hector Abad Gomez, medico e attivista per i diritti umani è stato assassinato pochi mesi prima. I presenti in aula al momento del discorso, membri del Comitato di Difesa per i Diritti umani di Antioquia, verrano uccisi nei mesi seguenti. Professori, giornalisti, studenti, attivisti “in odor di comunismo”, colpevoli di aver denunciato sui giornali, alla radio, in piazza e nelle università le disuguaglianze economiche e sociali, l’asservimento della maggioranza della popolazione, gli omicidi rimasti impuniti, i desaparecidos mai cercati, i delitti mai indagati.
Hector Abad Gomez, nello specifico, in uno degli ultimi articoli che potè pubblicare prima di essere ucciso, denunciava le torture fisiche e psicologiche inferte dal Battaglione Bombonà, una componente dell’esercito nazionale, ai detenuti politici, sindacali e corporativi. Abad Gomez accusava l’esercito di violazione dei diritti umani e gli alti comandi dello Stato colombiano di complicità criminale, se non avessero messo fine immediatamente a tali violenze. Il medico attivista fece spesso, in quegli anni di violenti scontri tra fazioni opposte, nomi e cognomi di funzionari dello Stato o membri della forza pubblica, responsabili della morte di cittadini innocenti.

“La Scomparsa di uno studente, la tortura di un professore, le proteste represse con il sangue; l’assassinio ripetuto ogni anno come un macabro rituale di leader sindacali; i sequestri ingiustificabili della guerriglia… Tutto quanto lui lo denunciò, in mezzo alla rabbia silenziosa dei destinatari che preferivano non badare alle sue parole con la speranza che cadessero nel dimenticatoio attraverso la strategia del silenzio o dell’indifferenza.”

Dalla medicina preventiva all’attivismo politico

L’attivismo di Hector Abad ebbe inizio nel campo della medicina, prima di di divenire politico, e divenne politico proprio in nome dell’impegno in campo medico. Nella Colombia del tempo, in cui i bambini morivano di diarrea o di febbre tifoidea perché gli abitanti dei quartieri più poveri non avevano accesso a fonti di acqua potabile o perché il latte veniva allungato con l’acqua del fiume Medellin, affermare che i poveri si ammalassero di povertà e non di mali incurabili, come invece era conveniente raccontarsi, significava fare opposizione politica. Significava essere marxisti senza aver mai letto Marx, dichiarerà in seguito il medico. Nella Colombia del cattolicesimo piu gretto e intransigente, del conservatorismo piu infervorato, denunciare le diseguaglianze che segnavano i bambini già dalla nascita, con il loro peso sotto la norma e le loro carenze fisiche, che erano le carenze alimentari della madre che li aveva portati in grembo, era schierarsi contro un sistema di potere che in quella Colombia era il potere di un oligarchia ricca, bianca, conservatrice e cattolica.

L’impegno di Abad Gomez si espresse in primo luogo nel campo della prevenzione e dalla salute pubblica. Fondò la Scuola Nazione di Salute Pubblica dell’Università di Antioquia, oggi a lui intitolata. Fu inoltre il direttore della divisione di Malattie trasmissibili del Ministero della salute e ideò l’anno rurale obbligatorio per i neolaureati in medicina: un anno di servizio medico che i neo-medici di tutta la Colombia sono tuttora tenuti a svolgere nelle zone più depresse del paese. Lottò per l’implementazione dei vaccini e spesso vaccinava i bambini del quartiere proprio a casa sua, fuori dalla quale, racconta il figlio, si creava una lunga fila indiana, simile a quella per ricevere la comunione. Fu un medico atipico; paladino del prevenire è meglio che curare, convinto che la maggioranza delle malattie fatali si potessero evitare mediante l’intervento pubblico, la pastorizzazione del latte e la riqualificazione delle fogne.

Nonostante la preparazione acquisita e i meriti accumulati, Hector Abad diventò, con il passare del tempo, un personaggio sempre più scomodo. Ricevette infatti, una mattina qualunque, una lettera da parte del rettore dell’Universidad de Antioquia nella quale gli veniva comunicato che era giunto il momento che andasse in pensione. Certamente amareggiato dal pensionamento forzato, chiaro segno che l’aria che tirava non era delle migliori, Abad lo accettò, con dignitosa sobrietà. Affermò che avrebbe dedicato il suo tempo a ciò che più amava: “coltivare rose e amicizie”

Hector Abad Gomez e le sue rose

Fu in quel momento che il suo attivismo si intensificò e assunse un carattere sempre più politico. Il tragico paradosso risiede però nel fatto che il suo impegno politico fosse demonizzato da destra in quanto considerato comunista, e da sinistra in quanto considerato conservatore. Abad si dichiarava effettivamente contrario alla lotta armata e alla dittatura del proletariato, distanziandosi così dalle guerriglie armate marxiste, ma pretendeva (e qui l’accusa di comunismo) la fine dei soprusi di stampo fascista perpetrati dall’esercito colombiano e l’impegno per una società più giusta, libera da disuguaglianze ed oppressioni di ogni sorta. Un pacifista, dunque, che a detta di coloro che lo hanno conosciuto non avrebbe fatto male a una mosca.

Un uomo integro

Un tratto particolarmente nobile del suo carattere emerge dalle parole del figlio Hector Abad Faciolince nel libro L’oblio che saremo: l’ingenuità quasi infantile, la bontà d’animo disinteressata che lo rendeva particolarmente vulnerabile agli egoismi e le cordardie. Si narra infatti che rimanesse spesso solo durante le manifestazioni, davanti a una schiera di poliziotti. Appena i manifestanti avvistavano i poliziotti immediatamente si disperdevano, intimoriti da potenziali scontri o arresti. Abad, ostinatamente concentrato nel suo discorso al megafono, quasi bambino, scambiava i blindati della polizia con i camion della nettezza urbana e continuava a camminare e a sventolare gli striscioni finché sbatteva il naso contro uno dei poliziotti. Incapace di riconoscere il pericolo, incosciente ed incauto, certamente per una sua disposizione a credere che il bene risieda nell’uomo laddove il male non giunge, non credette mai di essere davvero in pericolo di vita. Se anche lo intuì, raccontano i suoi familiari, non se ne curò. Non lo credettero nemmeno loro, anche se cominciarono a temerlo ascoltando le voci di corridoio che risuonavano in certi ambienti della Medellin bene, ma c’era in loro l’illusoria convinzione che una persona così buona, mossa da ragioni così pure, non potesse mai rientrare veramente nel mirino degli assassini. Una delle figlie, che ai tempi frequentava la crème della società colombiana, comunicò al padre la sua preoccupazione: “C’è molta gente che non ti vuole bene, papà. Dicono che se continui così ti metterai in pericolo”. “C’è anche molta gente che mi vuole bene, Eva, e forse un giorno te ne renderai conto”, rispose lui.
La figlia racconterà in seguito che queste parole le tornarono in mente al funerale del padre, al quale parteciparono migliaia di persone: una folla inaspettata e sofferente riempì la chiesa e tutte le strade circostanti. “Mi resi conto solo allora di ciò che mio padre aveva fatto per tutta quella gente”.

I familiari di Hector Abad Gomez piangono il suo cadavere

Hector Abad venne assassinato il 25 agosto del 1987, in pieno giorno, nel centro di Medellin. L’assassinio fu comandato dagli ambienti dell’estrema destra ma rimase impunito, come la quasi totalità degli omicidi connessi al paramilitarismo.

Nel documentario Cartas a una sobra di Daniela Abad, un professore collega di Abad Gomez, di lui afferma: “Era una persona di un’ingenuità estrema, che è la caratteristica delle persone integre.” E forse è proprio quest’integrità, questa magnanimità e purezza d’animo che lo fecero ammazzare. E il dramma maggiore del popolo colombiano, quello che l’ha condannato per decenni a una tragica rassegnazione e a un dolore condiviso, risiede proprio nella faticosa consapevolezza che gli uomini puri ed integri, gli uomini che chiedevano giustizia, sarebbero stati prontamente giustiziati.

Leave a Reply