Che tutte le acque ci riguardino

Sono morte centodiciassette persone nel mar Mediterraneo, nella mattinata di venerdì 19 gennaio 2019.
Il gommone che le trasportava è affondato, portandosi dietro quell’umanità disperata, incapace di mantenersi a galla. Lo ha fatto in acque libiche, giustificando così la nostra estraneità ai fatti, la nostra totale indifferenza e addirittura il ghigno soddisfatto di chi, in fondo, se ne compiace.

Non vorrei ora dilungarmi sulla capacità di questi ghigni compiaciuti di spargere veleno, bensì su ciò che qualcuno di più autorevole, prima di me, ha identificato come antidoto unico a tale velenoso egoismo.

Arthur Schopenhauer, filosofo tedesco, vedeva nella compassione la forma più pura d’amore, l’unica in grado di contrastare l’egoismo. Fu il primo a conferire a questo sentimento un valore propriamente morale; Kant al contrario, definiva la compassione come una forma d’amore patologica, dannosa.
Nell’uso comune odierno, questo termine ha assunto una connotazione simile a quella del termine pietà. Nessuno di noi vuole essere compatito.

Eppure, Compatire, deriva dal latino cum “con” e patior “soffro”. Soffrire con, partecipare al dolore altrui, contro ogni gerarchia, rinunciando ad uno sguardo dall’alto in basso e abbandonandosi invece ad una semplice, umana, condivisione e comunione del e nel dolore.
La compassione è forma pura d’amore perché, non potendo chiedere nulla in cambio, è l’unica ad essere completamente disinteressata.

Mi si consenta ora di riportare le parole dello stesso Schopenhauer, che con incredibile precisione riuscì a mettere a fuoco, ciò che considerava essere l’unico sentimento in grado di contrastare l’egoismo.

“Un tale uomo, che in tutti gli esseri riconosce se stesso, il suo intimo e vero Io, deve anche considerare come proprie le infinite sofferenze di ogni vivente ed appropriarsi così del dolore di tutto il mondo. Più nessun dolore gli sarà estraneo. Tutti i tormenti degli altri, che egli vede e che tanto raramente può lenire, tutti i tormenti di cui egli indirettamente ha notizia, che anzi conosce soltanto come possibili, agiscono sul suo spirito, come fossero i propri.

Non sono più il benessere ed il dolore alterni della propria persona, ciò che egli ha presente, come accade nell’uomo ancora schiavo dell’egoismo; ma, poiché il suo sguardo trapassa il principium individuationis, ossia lo spazio e il tempo, ogni cosa è per lui ugualmente evidente.

Egli conosce la totalità, ne coglie l’essenza, e la trova sempre nella condizione di costante sofferenza; dovunque egli volga lo sguardo, egli vede l’umanità sofferente e l’animalità sofferente, ed un mondo che va scemando. Tutto ciò, però, è per lui così evidente, come per l’egoista lo è soltanto la propria persona.”

Compatire ed essere compatita è ciò a cui aspiro.
Essere sempre in grado, anzi, essere condannata, a riconoscere il mio dolore nel dolore altrui ed essere aiutata a sopportarlo da chi deciderà di soffrire con. 

Che tutte le acque ci riguardino, questo è ciò che ci auguro.