Come funziona la memoria e dove sono andate a finire le lucciole

Ho letto oggi la fine di un racconto lungo o romanzo breve intitolato “Famiglia” e mi ha fatto riflettere sulle memorie che ognuno di noi conserva e non si sa perché il proprio sistema emotivo le abbia illuminate, lasciando molte altre esperienze nel buio e privandole quindi dello status di memorie. Il racconto lungo o romanzo breve finisce così:

Si ricordava d’una volta che lui era molto piccolo, in braccio alla madre, ed erano in città alla stazione, di notte, con una gran pioggia, e c’era tanta gente che aspettava il treno, con gli ombrelli, e il fango ruscellava fra le rotaie. Perché mai la sua memoria avesse sperperato e distrutto tante giornate, tanti fatti, e conservasse così accuratamente quel minuto, avendolo portato in salvo attraverso anni, bufere e rovine, egli non lo capiva.

Ho pensato, leggendo queste parole, ai minuti leggeri e forse insignificanti nel corso concreto della vita che ognuno di noi conserva e cristallizza nell’altare dei suoi ricordi più cari facendone l’emblema di tutta un’epoca finita.

Quando penso alla mia infanzia, per esempio, io penso ad un sera estiva in cui, con la mia famiglia, dopo cena, sono uscita a passeggiare nei campi dietro casa. Era una di quelle sere frizzanti di fine giugno in cui il tempo che segue la cena è ancora illuminato di una certa luce tenue che si estingue poco dopo. Ricordo che quella sera il buio ci aveva presi mentre camminavamo in quei campi senza lampioni. Ricordo i campi improvvisamente illuminati a intermittenza dalla luce di mille lucciole e ricordo lo stupore sincero nel vedere mille minuscoli esseri volare luminosi e vispissimi. Ricordo di aver pensato che fosse una magia e che fosse tutta mia e nostra e ricordo poi di essermi convinta che ogni volta che io e i miei genitori saremmo usciti a camminare nei campi, dopo cena, d’estate, noi, soli, avremmo visto le lucciole e di quella luce saremmo stati gli spettatori privilegiati.

Succede ora che quando pensi alla mia infanzia io pensi a quel paio d’ore. Le passeggiate dopo cena non le abbiamo più fatte – o io non le ricordo.
Ha occupato, quella passeggiata, una frazione infinitesimale e insignificante della mia infanzia. È il numero dopo la virgola che si arrotonda perché ininfluente. Eppure la mia memoria ha illuminato quella sera e le ha caricato addosso il peso di un’intera epoca della vita e mi sembra, oggi, ripensandoci, che io sia andata a passeggiare nei campi con i miei genitori tutti i giorni della mia infanzia.

Ho parlato con il mio ragazzo di questo mio ricordo e dalla mia incapacità di trarre una regola che spieghi il funzionamento della memoria come sistema che sceglie e lascia indietro e ciò che sceglie cristallizza e assolutizza e ciò che lascia indietro dimentica e spreca. Mi ha detto: – forse le lucciole sono la parte più adatta per il tutto.

Mi è sembrato che fosse un pensiero tanto limpido da spiegare la memoria. Dieci minuti di lucciole hanno dentro tutto lo stupore, la magia, la scoperta, l’emozione, la vacuità, l’intermittenza e la finitezza dei primi anni della vita.

Ho pensato però, a questo punto, come pensiamo tutti a un certo punto della vita: che fine hanno fatto le lucciole? Sono scomparse le lucciole? Le abbiamo uccise noi le lucciole? Le lucciole non ci sono più da almeno cinquant’anni, questione di pesticidi. E allora mi sono ricordata di un articolo che ho letto un paio di settimane fa, intitolato “Son tornate le lucciole. Mi manca Pasolini”, nel quale l’autore racconta di aver rivisto le lucciole che pensava scomparse e di aver ripensato alla sua infanzia, quando ne vedeva i campi sommersi. Racconta poi di ricordare un articolo di Pasolini che a sua volta prendeva atto, nel 1975, della scomparsa delle lucciole, che così tanto gli ricordavano l’infanzia. Scrive Pasolini: sono, ora, un ricordo abbastanza straziante del passato.

A Pasolini la scomparsa delle lucciole è servita come metafora di uno spartiacque nella storia della Repubblica, ma ciò che a noi serve, ai fini di smascherare gli schemi della memoria, è che l’infanzia di Pasolini avesse le lucciole e che la sua età adulta non le avesse più. E così quella del giornalista, più giovane di Pasolini, quella del mio ragazzo, più giovane del giornalista, e la mia, più giovane del mio ragazzo.
Se potessi fare un inventario dei ricordi degli altri io chiederei all’altro se ricorda le lucciole. Gli chiederei se anche la sua infanzia avesse le lucciole e se fossero poi scomparse come per tutti noi. E così faremmo, tutti insieme, una metafisica delle lucciole.

(Intrinseco alla metafisica è il concetto di una fondamentale distinzione, quella per cui una realtà assoluta e universale si contrappone a una realtà relativa e particolare, costituendone la base ultima e conferendo così alla conoscenza teoretica di quella realtà il carattere di conoscenza assoluta, rispetto alla relatività di tutte le altre)