Di donne prima del corpo

Nelle ultime settimane ho scoperto l’archivio di Radio tre, in particolare la rubrica Ad alta voce, una raccolta di audiolibri. Trovo confortevole la dimensione del libro lettoci da altri, come in un ritorno all’infanzia e al latte caldo, quando si chiedeva ai genitori un’ultima lettura prima di abbandonarsi al sonno.
Vorrei condividere qualche breve riflessione, senza la pretesa di essere esaustiva, senza la necessità di contestualizzare più di tanto, forse addirittura con il solo egoistico fine di non perdere il filo.
L’avventura di una bagnante è un racconto di Italo Calvino, appartenente alla raccolta Gli amori difficili. La protagonista è una donna che perde lo slip del costume da bagno mentre nuota nel mare. È una storia semplice, una storia che quasi non c’è, ad esserci è piuttosto la donna nella sua complessità psicologica. Il racconto esplora il supplizio della bagnante, che per ore si dispera cercando la maniera di uscire dall’acqua senza dover affrontare l’umiliazione della nudità. A salvarla saranno infine un uomo e il giovane figlio che, rendendosi conto della situazione, la caricheranno sulla loro barca, le porgeranno un vestito e la porteranno a riva sana e salva.


Raramente ho trovato una tale raffinatezza e precisione in un racconto, una tale chiarezza nel riconoscere ciò che nella donna c’è di essenziale. Del corpo della donna si sta parlando molto. Si dimentica però che non si può parlare del suo corpo senza parlare di lei: la donna prima del corpo. Ed è necessario considerare lei nel suo rapporto con gli altri, operazione da compiersi con attenzione, precisione e rispetto.

“Era una fuga dal suo corpo, che lei stava tentando, come da un’altra persona che lei, signora Isotta, non riusciva a salvare in un difficile frangente, e più non le restava che abbandonare alla sua sorte.
Eppure questo corpo così ricco e innascondibile era ben stato una sua gloria, un suo motivo di compiacimento; solo una contraddittoria catena di circostanze in apparenza sensate poteva farne ora una ragione di vergogna. Oppure no, forse sempre la sua vita consisteva solo in quella della signora vestita che lei era anche stata in ciascuno dei suoi giorni, e la sua nudità le apparteneva così poco, era un inconsulto stato della natura che si rivelava di tempo in tempo destando meraviglia negli esseri umani e in lei per prima. Ora la signora Isotta ricordava che anche sola o in confidenza col marito aveva sempre accompagnato il suo essere nuda con un’aria di complicità, d’ironia tra impacciata e grottesca, come se temporaneamente indossasse dei camuffamenti gioiosi ma spropositati, per una specie di segreto carnevale tra sposi. Ad avere un corpo la signora s’era abituata con un po’ di riluttanza dopo i primi delusi anni romantici, e se n’era investita come chi apprende di poter disporre d’una proprietà da molti ambita. Ora, la coscienza di questo suo diritto, rispariva tra le antiche paure, nell’incombere di quella spiaggia urlante.

Questa era la donna prima del corpo, raccontata nitida nella sua scoperta, nel suo essere prima di essere corpo, sesso, membra, persona.

Vediamo ora la donna nei suoi rapporti con gli altri. Con, prima di tutto, gli uomini intesi come collettività coesa e minacciosa. Quel rapporto primordiale della preda circondata dal branco.

Al suo bisogno di confidenza rispondeva quest’ergersi di siepi di malizia e sottinteso, un roveto di pupille pungenti, d’incisivi scoperti in risi ambigui, di repentine soste interrogative dei remi a fior d’acqua; ed a lei non restava che fuggire”

E ora le altre donne, alcune gelose, altre egoiste o sprezzanti. Magari non sempre, in questo caso certamente.

“Qualche barca s’avanzava gremita di giovanette pigolanti e accaldate, e la signora pensava alla distanza tra l’infima volgarità della sua pena e la volatile spensieratezza loro; pensava a quando avrebbe dovuto ripetere loro il suo appello perché la prima volta certo non l’avrebbero intesa; pensava ai mutamenti dei loro visi alla notizia; e non sapeva risolversi a chiamarle. Passò pure una bionda abbronzata sola in sandolino, piena di sufficienza e d’egoismo, e certo andava al largo per far la cura del sole tutta nuda, e nemmeno la sfiorava il pensiero che quella nudità potesse essere una disgrazia o una condanna. La signora Isotta s’accorse allora di come la donna sia sola, di come tra le sue simili sia rara (forse spezzata dal patto stretto con l’uomo) la bontà solidale e spontanea, che previene gli appelli e che le affianca a un cenno d’intesa nel momento della disgrazia segreta che l’uomo non comprende. Mai le donne l’avrebbero salvata: e le mancava l’uomo.”

Illustrazione di Cristina Lanotte
http://cristinalanotte.blogspot.com/2014/09/blog-post.html

Forse l’unico modo per spezzare l’ostilità dei rapporti, prima e dopo il corpo, è la fiducia e un certo grado di intimità. E il rispetto, certamente. Per tutto ciò non serve tempo, non è necessaria la fatica. Può compiersi, questa rottura dell’ostilità, nell’uomo che insieme al figlio ti porge un vestito e ti riporta a riva, salva. Non sono abbastanza forte da credere che ci si possa salvare da soli, donne e non.