Estate

Quest’anno sono andata al mare in Croazia. Era previsto un viaggio più o meno itinerante: una settimana statica in qualche villaggio di pescatori e una alla scoperta dei piccoli paesi fatti di pietra bianca, di fondazione romana e per secoli di dominazione veneziana. Per il carattere poco sedentario di questo viaggio ho preferito lo zaino comprato su Amazon a pochi soldi per il mio viaggio itinerante nei Balcani a dicembre 2017, al solito trolley che destino ai viaggi statici e cittadini: Berlino, Barcellona, quelle cose lì. Lo zaino ti dona subito l’aspetto di una persona avventurosa, che fa stare tutto in poco spazio e che è in grado di caricare sulle proprie spalle il peso di ciò di cui ha bisogno. Non che uno zaino contenga meno cose di un trolley, anzi, spesso il trolley è rigidamente poco capiente, ma c’e, attaccato allo zaino, l’immaginario dello stretto necessario.

Qui mi viene in mente un bel libretto che ho letto proprio a Berlino l’estate scorsa: Solo bagaglio a mano di Gabriele Romagnoli. L’autore consigliava di non ingombrare e non essere ingombranti, ragionava su ciò che il bagaglio dice sulla persona e ciò che il bagaglio a mano impone di lasciare indietro. Bello, illuminante. Perché infondo il fardello che ci carichiamo addosso è un po’ il fardello che abbiamo dentro. Ricordo di aver trascritto sul mio taccuino questo passo:

“E da ultimo, un po’ meno di sé. Troppi hanno una proiezione di sé nel mondo che ingombra, eccede lo spazio per destinazione, un egocentrismo riveduto e allargato al punto che non pone più se stessi al centro del mondo, ma il mondo al centro di se stessi”.

A un anno di distanza penso di aver lavorato su quella proiezione di me che ingombra. Un po’ meno di me, non per mancanza di sicurezza ma per piccoli incrementi di consapevolezza. Sono qualcuno anche se, ogni tanto, taccio. (C’e ancora molta strada da fare, molta davvero, ma ci arriverò, caro Romagnoli. Perlomeno ora viaggio con lo zaino).

Al mare è andato tutto bene, tanto che abbiamo deciso di aggiungere una tappa prima del nostro rientro a Milano. Siamo andati a trovare mia zia in montagna. La sorella di mio padre vive in un paese del Trentino incastonato fra le Dolomiti. È il paese in cui sono nata: è piccolo e bello. È bello perché le montagne che lo circondano sono imponenti, e al tramonto le pale di San Martino si colorano di un particolare rosa che ho visto solo là ed è il colore della mia infanzia. A sei anni, mio padre è stato trasferito a Trento e mia madre ha colto l’occasione per spingere la famiglia verso la città. Si parla di una città di appena centoventimila abitanti, un luogo in cui in centro si vedono le stesse persone tre volte, se ci si fa un giro al sabato pomeriggio. Per me, cresciuta nel piccolo paesino di montagna, Trento era una città sconfinata. I suoi semafori e i suoi autobus mi facevano salire una rabbia molto grande per la mia età, un rancore che i miei genitori hanno faticato a lenire durante il nostro primo anno in città. Odiavo tutto e mi sentivo come il ragazzo della via Gluck, canzone che ascoltavo con grande frequenza, inserendo con cura il CD nello stereo.
Gianni Rodari, nel suo libro Grammatica della fantasia, scrive che i bambini sono dei gran conservatori. Lo dice riferendosi a quell’esigenza che i più piccoli hanno di sentire lo stesso racconto infinite volte. Il racconto di Hansel e Gretel lo vogliono imparare a memoria, lo vogliono sentire ogni sera, almeno due volte. I genitori si stancano, si annoiano, propongono racconti più avventurosi e interessanti, ma il bambino vuole sentire, ancora e ancora Hansel e Gretel. Vogliono possedere la storia, essere i padroni di ogni passo dei protagonisti, conoscere le meschine frasi pronunciate dalla strega con maniacale precisione, vogliono ricordare tutti i sentieri che potrebbero trarre in salvo gli eroi e che, alla fine, lo faranno. È la storia che hanno bisogno di saper gestire. Io sapevo gestire il mio paesino di montagna, conoscevo tutte le strade e tutti gli orti, sapevo dove viveva la Cesarina, la cuoca dell’asilo che faceva un risotto da leccarsi i baffi, sapevo quale fosse l’altalena migliore di tutto il paese, sapevo che la domenica mattina sarei andata con mio padre in piazza a comprare le brioche in panificio e il giornale all’edicola dell’Elena, e sapere queste cose mi rendeva una bambina felice.
La città invece, era come sentire la storia di Hansel e Gretel tutta al contrario, tutta sbagliata. La povera streghina si perdeva nel bosco e Hansel era un temibile orco che voleva mangiarla. “Non è cosi!” potevo gridare, ma non serviva a nulla. La storia era cambiata, e io dovevo imparare a conoscerla e a gestirla, possibilmente senza troppo melodramma. C’è voluto più tempo di quello che si potrebbe pensare sia necessario a una bambina di appena sei anni, ma ce l’ho fatta. Qualche anno dopo il paesino mi sarebbe sembrato chiuso e opprimente. Bello ma non ci vivrei . Grazie mamma, Trento è meglio. Non mi dilungherò su come questa dinamica si sia ripetuta quasi uguale qualche anno dopo, con la differenza che dal Trentino siamo volati a Medellin, in Colombia, e che a dimenticare Hansel e Gretel versione trentina io ci abbia messo un po’ di più, e ancora di più a imparare a gestire la versione colombiana. Ma questa è un’altra storia, che merita forse maggiore spazio e riflessione di quello che potrei offrirle qui. E poi io volevo parlare della montagna, dunque torniamo a noi.

Il nostro soggiorno a Fiera di Primiero sarebbe durato tre giorni. Abbiamo trovato, incredibilmente, un Bla Bla Car che il giorno giusto all’ora giusta, avrebbe percorso la strada che porta dal paesino di montagna a Milano. Non so se avete mai tentato di raggiungere il capoluogo lombardo da un paesino del Trentino, mal collegato, con i mezzi pubblici. È un’impresa che occupa un’intera giornata, costa molto, e toglie le energie. Ah, la macchina, che bella cosa. Mentre scrivo mi trovo in una comodissima automobile che mi porterà dritta a casa, è tanto comoda da permettermi di scrivere in tranquillità, senza preoccuparmi della coincidenza del pullman e poi del treno e poi dell’altro treno che ha fatto ritardo. Proporrò a qualche editore la versione aggiornata di Una stanza tutta per sè della Wolf, sarà: “Un’auto tutta per sè“.

Beh, ecco, tre giorni, dicevamo. Il paese offre molti bar in cui bere buonissimi Spritz a prezzi veneti, la possibilità di diventare campioni di Burraco e qualche vetrina in cui curiosare. Per il resto, è consigliabile salire in alta quota. La domenica ci siamo svegliati presto e abbiamo preso un pullman che ci ha portati a Passo Rolle, un luogo a 2000 metri da cui avremmo poi preso il sentiero da percorrere per giungere alla baita Segantini, a 2200 metri. Il percorso dura davvero poco, sono all’incirca quaranta minuti. La salita c’era ma non era impossibilitante, la percorrevano infatti parecchi bambini e anziani. Gli anziani in questo tipo di passeggiate sono la componente sociale maggiore. Hanno questo aspetto atletico di chi è abituato a sollecitare al proprio corpo la fatica, il colorito sano di chi si gode la pensione, le rughe distese di chi non riceve quella minima. Indossano indumenti tecnici, da montagna. (Non credo si chiamino indumenti tecnici ma sono così lontana dal comprare una di quelle magliettine aderenti o quei pesanti scarponi, da non sapere nemmeno come sia giusto chiamarli). Camminano con i bastoni da montagna, non quelli di legno ma quelli a punta che si comprano nei negozi specializzati. Tutto ciò mi è sembrato sul momento un po’ esagerato per il percorso che c’era da fare, in fondo io indossavo dei semplici pantaloni un po’ più larghi del solito e delle normali scarpe da ginnastica, e non mi sono trovata così male, ma che ne so io, ormai vivo a Milano, non posseggo più le regole della montagna. 
Il percorso era molto bello, si iniziavano a vedere le montagne vicine, più si saliva e più si avvicinavano. Quando ho letto, a uno degli incroci in cui i cartelli di legno indicano le destinazioni, che ci trovavamo sopra i duemila metri, una leggera nausea ha cominciato ad invadermi. “In fondo Fiera di Primiero si trova a 800 metri sull’altezza del mare, siamo saliti più di 1200 metri in poco tempo, l’altezza stordisce, arriva meno ossigeno al cervello e a tutte le cellule del corpo, stanno soffrendo, non mi sento bene”, mi dicevo.
Penso che questo ragionamento fosse il frutto di due cose ben precise che associavo alla mia situazione: la lezione di Biologia del professore Apel, al liceo, sugli effetti dell’altezza sul corpo umano, e il libro Senza mai arrivare in cima di Paolo Cognetti. Già mi immaginavo come Cognetti, a vomitare tanta era la nausea, a svenire e svegliarmi con le gambe in alto e la gente intorno. Poi mi sono guardata intorno, stavano tutti bene, i bambini camminavano tranquilli, gli anziani camminavano e chiacchieravano, addirittura. Non eravamo a quattromila metri, come Cognetti, ma a duemila, quasi come a Medellin, dove ho vissuto per anni senza vomitare. È solo una suggestione, cammina scema.
La vista era meravigliosa, il verde era presente in mille sfumature diverse, l’aria era pulita e il rumore dei passi sulla ghiaia è uno dei miei rumori preferiti.
Tutto era piacevole lì, e io l’avevo dimenticato, così presa dalla città, dallo studio, il lavoro, i reading, gli eventi, le mostre e gli aperitivi. Tutte cose bellissime, a Milano sarò sempre grata, ma quell’aria era in quel momento l’unica cosa giusta. 
Dopo una sosta alla baita Segantini, abbiamo deciso di proseguire. Il sentiero si faceva più stretto e fangoso e le montagne si stagliavano imponenti sul cielo che iniziava a incupirsi. Noi camminavano, in silenzio. quando incrociavamo qualcuno, quel qualcuno salutava. “Giorno“, e un sorriso. Mi è sembrata così aggraziata quell’etica della montagna, così lontana dalle spiagge brulicanti di corpi sudati e orribili best sellers da ombrellone. “Giorno” rispondevo. 


Non avevamo fatto colazione e io cominciavo ad avere fame. Ci siamo fermati sul prato ai bordi del sentiero, davanti a noi le vette bianche, i letti dei ghiacciai, dietro di noi altre montagne, la roccia dura. Abbiamo tirato fuori dallo zaino ciò che il giorno prima avevamo comprato all’alimentari. Devo dire che delle escursioni in montagna tra le cose che preferisco c’è l’idea del pranzo al sacco. Ti costringe a scegliere cose semplici ma a sceglierle bene. Prosciutto cotto quello buono, formaggio di montagna, pane fresco. Mi piace tagliare il pane con il coltellino svizzero, fare lo stesso con il formaggio, imbottire il panino per bene, dare il primo morso con voracità. Mi piace mangiare seduta sull’erba, rifocillarmi quando ne sento il bisogno. Mentre mangiavo ho estratto dallo zaino un libro che avevo comprato il giorno prima: L’oblio che saremo di Hector Abad Faciolince, ed ho iniziato a leggerlo ad alta voce. La mia voce usciva nitida,  non c’era alcuna eco, usciva e si spegneva subito tagliando il silenzio e io mi sentivo la padrona di quel silenzio, padrona di spezzarlo. Ho sperimentato spesso, durante queste vacanze, l’esercizio di lettura a voce alta e l’esercizio conseguente dell’ascolto. C’è una dimensione che si aggiunge a quella della consueta lettura silenziosa, che è intimità e riflessione. La lettura ad alta voce, quando si ha qualcuno che ascolta, è un regalo che ci si fa reciprocamente. Quando io leggo per l’altro soppeso le parole ed i silenzi, indugio, alzo il tono di voce quando la narrazione si fa incalzante, lo abbasso quando l’autore apre una parentesi, scandisco il ritmo nelle frasi come farei suonando uno strumento. La persona che ascolta presta attenzione, saltella con la mente da un’idea all’altra, da un luogo della narrazione all’altro, ma è attore attivo, non solo passivo. Può interrompere per sottolineare un concetto, per soffermarsi su una frase, per fare una domanda, e lo stesso può fare chi legge. Credo sia fondamentale, nella lettura a voce alta, esercitare il diritto all’inciso. Interrompere, se necessario, per approfondire o semplicemente per esclamare: “che bello, che bella questa frase, che bella la scelta di questa parola, che bella questa rima involontaria!”
In questa maniera il libro prende vita, il dialogo con la storia si apre e si amplifica e può dar vita a infiniti cammini da intraprendere, infinite immagini riflesse in infiniti specchi.
Leggere ad alta voce in quel luogo, circondati dalle montagne, con il solo suono delle campane appese al collo delle vacche, è stato sicuramente uno dei momenti più intensi del mio viaggio. Ogni tanto passava qualcuno lungo il sentiero, proseguiva il suo cammino in silenzio e io speravo che giungessero ai suoi orecchi il suono delle parole, speravo che quel camminatore portasse con sè, ancora per qualche metro, un frammento della storia che stavo leggendo, per poi dimenticarsene subito dopo.
Il libro che leggevo racconta la storia Hector Abad Gomez, medico, professore dell’Università e presidente del Comitato per i Diritti Umani che nel 1987 viene assassinato per strada dagli squadroni della morte colombiani. A raccontare quest’uomo è il figlio, Hector Abad Faciolince, uno tra i più affermati scrittori e giornalisti colombiani viventi. Alla storia personale del medico si intreccia quella complessa della Colombia nei suoi anni peggiori. Devo ammettere che ho dovuto forzarmi nell’acquisto di questo libro: non ho mai letto opere di autori colombiani, tantomeno libri di storia colombiana, che per una che è colombiana per metà e studia storia all’università, è un bel paradosso. Penso sia una sorta di protesta inconscia verso un periodo della mia vita con cui non ho ancora fatto pace. Il primo passo di ravvicinamento però l’ho fatto, e ne sono davvero felice. Riesco a ridere quando l’autore inserisce qualche proverbio tipico antioqueño, mi compiaccio nel conoscere le vie, i quartieri e i fiumi attorno i quali il racconto prende forma ed inizio ad interessarmi sinceramente alla storia sociale colombiana. È già qualcosa, no?

Dopo circa un’ora di lettura ad alta voce, abbiamo iniziato a sentire le prime gocce di quello che sembrava essere un violento temporale estivo. Abbiamo rapidamente preso le nostre cose e ci siamo incamminati nuovamente verso la baita Segantini. Sotto quella leggera pioggia, che non sarebbe mai esplosa in temporale, le montagne assumevano dei colori meravigliosi, una scala che dal grigio al bianco copriva tutta la gamma. Le mucche, noncuranti del maltempo, continuavano a pascolare gioiosamente, con quei campanacci in festa.

Il pastore non era della stessa tranquillità. Era un ragazzo di poco piu di vent’anni, indossava un cappello di lana cotta color verde militare, una camicia a quadri e dei pantaloni di velluto a coste. Due cani lo seguivano fedelmente. Con un urlo e un gesto della mano del padrone, i cani hanno iniziato a correre per i ripidi campi in cui, sparse anche a grande distanza fra loro, pascolavano le mucche. Ogni tanto, quasi fossero insicuri sul da farsi, si voltavano a chiedere conferma: il pastore emetteva lo stesso suono e ribadiva lo stesso gesto con la mano. A quel punto i cani, rassicurati, iniziavano ad abbaiare alle mucche, una ad una, finché queste, come impaurite, si univano in un solo gregge e raggiungevano il pastore che le avrebbe poi condotte alla stalla. Ho trovato incredibilmente armoniosa quest’intesa fra animali. Come se mucca, cane e uomo non fossero che elementi complementari di un sistema perfettamente funzionante, come se l’uomo potesse comunicare a versi come i cani, senza far minimo uso di tutti le sovrastrutture complessissime che usiamo per comunicare fra noi. Io, si sarà capito, ho un pensiero estremamente antropocentrico. Non ce l’ho per scelta razionale, ma mio malgrado. Non sono mai stata abituata a contemplare gli animali come interlocutori dell’uomo, o ad innalzarli a un livello anche solo vicino a quello in cui pongo l’essere umano. Un pastore e i suoi cani mi hanno dato, nitida, la dimostrazione di un dialogo perfettamente funzionale tra animali.

Dovrei tirare le somme, raccontare la discesa a valle, il ritorno a casa, ma nulla di tutto ciò è rilevante. Mentre cerco le parole per chiudere questo lungo flusso di coscienza suona Estate di Bruno Martino. Entro in uno spiraglio di malinconia struggente, ascolto la versione di João Gilberto, ascolto quella di Chet Baker.

Estate
Che ha dato il suo profumo ad ogni fiore

mi hai fatto molto bene, mi hai permesso di fare, per quanto possibile, il punto.