Grey’s Anatomy e il catechismo laico

Quando Zerocalcare ha ammesso al mondo di guardare e, addirittura, di apprezzare Grey’s Anatomy, una non trascurabile porzione della popolazione italiana ha sorriso tra il compiaciuto e il rassicurato. ‘Se lo guarda lui lo posso fare anch’io’ è più o meno ciò che garantisce gli introiti delle losche pagine di streaming con i server in Ucraina, che prontamente caricano gli episodi sottotitolati non appena questi vengono mandati in onda negli Stati Uniti.
Ora: possiamo catalogarla come medical drama, possiamo dispregiativamente chiamarla la “Beautiful con le malattie”, ma resta pur sempre uno dei prodotti della cultura mainstream più longevi – 16 stagioni and counting – più amati e più seguiti al mondo.

Quale sia il segreto di un tale successo, nonostante lo staff originale sia stato non decimato ma piuttosto sterminato quasi completamente, nonostante le coppie si siano rimescolate così tanto da aver esaurito quasi tutte le combinazioni, nonostante Meredith Grey sia il personaggio più fastidioso e intorno al quale però tutto continua a ruotare, è una questione intricata. Un misto di sapienza nella scrittura, lacrime assicurate con mezzucci quali morti di brave persone, stragi, ecatombi, disastri finanziari e relazionali, malattie rarissime e stratagemmi di immedesimazione vari ed eventuali, credo.

Eppure, ciò che penso debba essere preso in considerazione, giusto per parlare di cose sciocche in maniera seria, è la componente politica inestricabilmente legata a questa serie tv e alla sua lunga vita.
Dopo aver visto l’episodio 16×18, e aver constato ormai senza ombra di dubbio che Shonda Rhimes, la creatrice della serie, ha deciso di usare spudoratamente l’enorme potere mediatico che ha acquisito per parlare di ciò che non va nel suo paese, ho iniziato a fare qualche ricerca. Cose tipo “Grey’s Anatomy+opposition+political+and+social+issues” o “Grey’s Anatomy+gets+political”.
Beh, che dire, c’è un interessante dibattito a riguardo nei meandri del web. Non solo blog ma saggi e tesi di laurea. Sui forum, però, si consuma il dibattito che mi interessa, ossia quello che vede contrapposti coloro che si dichiarano stanchi delle “lezioni” impartite dallo show su temi controversi in ambito politico e sociale, del suo tono didattico e moralista, e coloro invece che trovano che la serie faccia un gran bel lavoro nel coscientizzare le grandi masse riguardo alle più complesse problematiche del nostro tempo. Io credo che i primi abbiano ragione ma i secondi di più.

In particolare, credo che il dibattito sia fiorito di recente, non tanto perché l’impegno politico di Shonda Rhimes e del suo team di sceneggiatori sia recente, ma perché di recente sono stati toccati approfonditamente un paio di temi particolarmente controversi in una maniera che non lascia nulla all’interpretazione soggettiva. Se infatti, fin dai suoi esordi, la serie è stata applaudita per la sua inclusività, tanto nei riguardi della comunità LGBT, quanto dal punto di vista razziale, pare che quando si tratta di mettere in dubbio la giustizia di un sistema in cui, chi non può pagare un’assicurazione sanitaria deve scegliere tra la morte e la bancarotta, o di un sistema in cui i bambini degli immigrati clandestini vengono separati con violenza dai propri genitori, la questione desti il malcontento di una parte dei fan. Questo si deve in parte alla natura delle questioni, in parte alle modalità in cui vengono affrontate e proposte.

Fin dall’Inizio Grey’s Anatomy ha messo in scena, con naturelezza e senza troppa enfasi, donne potenti, uomini neri altamente istruiti a capo di importanti reparti, omosessualità, malattie mentali, dipendenze da sostanze, violenza sulle donne, promiscuità sessuale e chi più ne ha più ne metta. Per quanto riguarda la natura delle tematiche sociali messe in scena fin dalle prime stagioni, è fondamentale rilevare che si tratta di questioni che non destano nessun pericolo.

Se, cioè, ancora è necessario normalizzare le coppie omosessuali (vedi Callie e Arizona) e le donne nere a capo di un impero milionario (vedi Catherine Fox), queste rappresentazioni sono ormai altamente accettate all’interno di quella specifica realtà in cui la serie si colloca e a cui la serie parla: l’occidente benestante, la Seattle dei medici-chirurghi, il mondo di chi ha tempo da perdere guardando sedici stagioni di una serie tv e ha pure il tempo per parlarne. È probabile, infatti, che per un manovale di Città del Messico o un operaia tessile di Dacca l’omosessualità non sia una questione di così poco conto in quanto a legittimità, quanto per un social media manager milanese, ma, appunto, è molto più probabile che sia il secondo a piangere sulla morte di Derek Shepherd davanti alla tv, rispetto ai primi due.

Dunque le questioni che sono sempre state presentate come normali dal sceneggiato, in gran parte già lo erano per il pubblico a cui si rivolgevano e questo è dimostrato dall’accoglienza che la rappresentazione di queste tematiche ha ricevuto: plausi plausi e pacche sulla spalla. Come sei brava Shonda, a farci vedere che anche i neri, i gay e le donne vittime di violenza domestica sono persone come noi. Bravissima, è vero. Brava anche perché la caratterizzazione dei personaggi è ben ingegnata e non risulta posticcia, messa lì solo per dire qualcosa. E qui passiamo al secondo punto.

Una delle grandi critiche mosse dai fan all’ultima stagione della serie, la sedicesima, è quella per cui Grey’s Anatomy cerchi ormai di “educare” i telespettatori ad ogni episodio.
La stagione, effettivamente, si dilunga su una vicenda precisa, che riassumerò per chi nella vita ha cose da fare.

Una bambina messicana malata di cancro non può essere operata perché il padre, essendo un immigrato senza documenti, non è coperto dall’assicurazione sanitaria, mentre la madre si trova in un centro di detenzione per richiedenti asilo al confine tra Stati Uniti e Messico. Meredith decide di operare comunque la bambina malata e, per farlo, sui registri dell’ospedale usa l’identità di sua figlia, che, a differenza della figlia degli immigrati, è coperta dall’assicurazione sanitaria. Questa mossa costituisce reato – frode assicurativa-, le costa il posto di lavoro e potrebbe potenzialmente costarle la licenza medica.

Grey's anatomy

In attesa del processo, Meredith è costretta a svolgere lavori socialmente utili, attività che le permette di conosce l’America che non ce la fa, quella in cui una malessere fisico potenzialmente mortale viene ignorato per mesi da chi non può permettersi una visita dallo specialista o, ancora peggio, non può permettersi di mancare dal lavoro nemmeno per qualche ora. Questo stato di cose porta la protagonista a denunciare l’ingiustizia di un sistema sanitario in cui, e cito l’articolo che lei stessa scrive, “agli occhi dell’ospedale, tu sei la tua assicurazione; in America, i ricchi vivono dai 10 ai 15 anni in più dei poveri. L’industria sanitaria vende il suo tempo a chiunque se lo può permettere.”

L’espediente narrativo permette quindi di prendere due piccioni con una fava: la bambina messicana senza assicurazione sanitaria apre le porte tanto al tema del dell’immigrazione ai tempi dell’amministrazione Trump con tutti i muri e le violazioni di diritti umani che ne conseguono, quanto al tema della giustizia o meno del sistema sanitario americano, da sempre noto per il suo elitismo esclusivo e spesso disumano.

A completare il quadro di quella che definisco l’opposizione allo status quo economico neo-liberista c’è il tema della gig-economy: una donna arriva in ospedale in seguito a un incidente sul lavoro. La donna, nonostante la sua condizione sia grave, controlla ossessivamente lo smartphone preoccupata di una possibile recensione negativa da parte della persona a cui stava ridipingendo le pareti nelle ore precedenti, prima di cadere dalla scala, finendo all’ospedale. La donna spiega di lavorare per mezzo di un app che offre servizi a domicilio di vario tipo e la sua sopravvivenza economica dipende dalle recensioni dei clienti e dalle ore lavorate. Il lavoratore a chiamata, ci spiega, non può fermarsi o sbagliare, pena il mancato guadagno a cui, a breve, può seguire la fame. Un richiamo, probabilmente incosapevole, al magistrale film di Ken Loach, Sorry we missed you (di cui ho parlato qui).

Mentre scrivo, mi affiorano alla mia mente parecchi altri episodi di quest’ultima stagione da cui possiamo trarre esempi dell’impegno politico della sceneggiatura di Grey’s Anatomy. Chi ha seguito gli ultimi episodi saprà individuarli; a tutti gli altri basti sapere che il crescendo drammatico delle denunce culmina nel diciottesimo episodio, dove, ad una figlia indignata perché la madre in fin di vita non riceve le cure necessarie, Grey risponde – cito a memoria – : “hai ragione, non dovresti lottare così per un diritto basilare, mi dispiace che tu debba farlo, non è giusto”. Battuta in seguito alla quale Meredith annuncia che l’ospedale dedicherà una giornata al mese agli interventi chirurgici pro-bono per chi, altrimenti, non potrebbe accedervi.

Il collante tra tutte queste denunce sta quindi nella critica ad un sistema – quello neo-liberista – in cui le persone e i loro diritti, vengono assoggettate al guadagno e alla supremazia di una fascia della popolazione, o ancor più astrattamente, di un mercato, che a tutte le altre fasce della popolazione ha smesso di pensare. Il tono con cui queste denunce vengono portate avanti nella serie è certamente, come segnalano molti fan, didascalico e moralista. È un tono carico di enfasi e di drammaticità – ma quest’ultima è il motivo stesso del grande successo della serie – che però ha un fine ben preciso: far arrivare all’enorme numero di telespettatori che ancora guardano la serie, un messaggio e uno solo: le cose come stanno, non vanno bene.
Si è abbandonato, lo riconosco, il più pacato e naturale modo (“show not tell”, lo chiamano i fan) di trattare il tema dell’inclusività, che caratterizzava le prime stagioni, ma questo è dovuto dalla natura delle questioni che si denunciano: questioni che non devono essere normalizzate, come il matrimonio omosessuale, ma messe radicalmente in dubbio, come la giustizia di un sistema sanitario che esclude i poveri.

Se quindi, tornando al dibattito iniziale, la serie si è forse arenata in un ruolo didattico da catechista laico che convenzionalmente non le appartiene, il nobile fine di sollevare dubbi su un sistema ingiusto giustifica i mezzi. Sì, anche a costo di scontentare chi urla “I miss the old, non-educating, Grey’s Anatomy”.

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