Il mercante: elegante racconto di vite ai margini

Credo che uno degli elementi fondamentali del successo di Netflix stia nell’aver capito che per accaparrarsi il numero maggiore di utenti possibile doveva dare a tutti ciò che volevano. Invece di adagiarsi sui gusti della maggioranza, Netflix ha ben pensato di includere, nei reconditi angoli del suo infinito catalogo, pane per i denti anche di chi snobba Hollywood in favore di ricercate docu-serie made in India o simili.
Lungi da me inserirmi nella seconda categoria di persone – ho già dichiarato il mio grande amore per Grey’s Anatomy ma potrei dilungarmi anche su Gilmore Girls o How I Met Your Mother, non fosse che c’è chi l’ha già fatto molto bene – amo, ogni tanto, imbattermi in prodotti a cui non arriverei mai se non mi fossero ben serviti nella categoria documentari della piattaforma di streaming.

Una delle piccole perle che si possono trovare scavando nel catalogo Netflix è il breve documentario Il mercante, del regista georgiano Tamta Gabrichidze (qui il trailer). Si tratta di venticinque minuti di elegante testimonianza: la camera segue il mercante di Tblisi Gela Kolochovi, che dalla capitale si reca con il suo furgone pieno di merci nelle zone rurali della Georgia, attraversando piccoli villaggi e aridi campi per vendere oggetti di scarso valore ai contadini, per poi tornare in città a rivendere le patate guadagnate.

Della Georgia non so, e credo di parlare per molti di noi, assolutamente nulla. Degli occhi vacui dei bambini e della pelle a fisarmonica dei volti anziani, non avevo alcuna idea. Il documentario si addentra senza enfasi nella vita statica e senza scampo di uomini e donne alle prese con una miseria sempre uguale a se stessa, dove le patate sono l’unico bene su cui si possa fare affidamento e con cui si possano scambiare beni di prima necessità. Paradossale la scena in cui un bambino, rovistando tra gli oggetti in vendita, è attirato da un mazzo di banconote finte da cinquecento euro.

il mercante

I protagonisti sono loro, i contadini e i loro figli. Un uomo dalle mani ruvide, segnate dal lavoro, racconta di aver desiderato di studiare, da giovane, ma di non averlo potuto fare. Un bambino viene interrogato sui suoi sogni e non riesce ad aprire bocca, quasi incapace di immaginarne alcuno. Scenario desolante, non fosse per la totale mancanza di giudizio da parte dall’occhio esterno che racconta la storia.

il mercante

Ciò che infatti ho apprezzato di più nello stile narrativo è proprio il venire meno della manipolazione, la mancanza di una voce fuori campo che aggiunga qualcosa alla narrazione del reale che infatti parla da sé, senza vittimismi socio-politici e paternalismi occidentali. C’è una particolare sobrietà nel racconto di Tamta Gabrichidze, che credo spinga lo spettatore ad astenersi da giudizi di valore. Ancora prima di decretare che viviamo meglio di loro, infatti, constatiamo che viviamo in modo diverso. Vedendo Il Mercante appare evidente, e non accade quasi mai, che ci sono esistenze che scorrono parallele alle nostre, in un luogo e in un tempo che sembrano essere indifferenti a tutto ciò che accade aldifuori di essi, eppure tanto valide e meritevoli di attenzione quanto le esistenze fatte di tempi e luoghi carichi d’enfasi e di frenesia quali sono le noste. Non c’è una riabilitazione romantica della vita semplice, ma non c’è, e in questo mi discosto da tutto quel che si dice su Il mercante online, nemmeno una disperata denuncia delle tristissimi condizioni di vita dei contadini georgiani. C’è un racconto, una sobria e densa testimonianza a cui vale la pena di dedicare la mezz’ora che richiede, ricordando che le finestre sul mondo servono solo quando siamo pronti ad accoglierle senza, per quanto possibile, frettolosi giudizi di valore che dividano necessariamente il meglio dal peggio, la vita degna da quella indegna d’essere vissuta (e raccontata).