Il monopolio del grano

David Wark Griffith è un regista statunitense che si affaccia al cinema nel 1907. Ci si affaccia e lo stravolge, ponendo le basi del cinema moderno. La rilevanza del suo lavoro non sfugge nemmeno allo stesso Griffith il quale,  modestia a parte, pubblica un annuncio sul New York dramatic Mirror in cui dichiara di “aver rivoluzionato il dramma cinematografico e di aver posto le basi della tecnica moderna di quest’arte”.Ejzenštejn, celebre regista russo, padre per intenderci de La corazzata Potemkin, disse del collega americano : “Griffith è Dio padre, Tutto ha creato, tutto ha inventato.” Considerato da molti critici contemporanei l’inventore delle principali tecniche del linguaggio cinematografico tra le quali spiccano il montaggio alternato, il piano ravvicinato, il flashback, la suspense, la dissolvenza in chiusura e la sobrietà d’espressione nella recitazione, Griffith fa del cinema un mezzo di narrazione, sottraendolo alla dimensione meramente attrattiva che lo aveva caratterizzato fino a quel momento. Ai cortometraggi dai toni cabarettistici il regista contrappone una narrazione densa di significati.

A corner in Wheat (“Il monopolio del grano”) è una pellicola del 1909 per mezzo della quale Griffith dimostra di saper gestire il principio dell’alternanza tra inquadrature finalizzata alla produzione di un significato altamente simbolico.
Per chi fatica a sostenere i ritmi cinematografici di un secolo fa segue breve riassunto dei contenuti:

Il “re del frumento” è uno speculatore del grano che riesce ad impossessarsi del mercato mondiale di questo cereale. Il film mostra, alternandole, le ripercussioni che la mossa finanziaria ha sugli agricoltori che coltivano il grano senza trarne profitto, sui consumatori colpiti dai prezzi inflazionati del pane e, infine, sulla borghesia vicina allo speculatore.  La miseria si abbatte sui già miseri e la ricchezza dei ricchi si fa sempre più imponente.

Ciò che rende la pellicola interessante è il contrasto, sempre attuale, tra lusso e miseria, tra potere e impotenza.

La famiglia di contadini che appare in apertura vende le braccia stanche al mercato, forza-lavoro sottopagata, unica risorsa dei senza risorse. I movimenti dei braccianti sono lenti e affaticati, tesi a rappresentare la vita dura e umile di chi vive della terra. Nulla nei gesti dei contadini è magniloquente, eppure le figure, mentre avanzano diventando sullo schermo sempre più grandi, trasmettono una sensazione di monumentalità dalla forte valenza simbolica.
Il re del grano appare elegante mentre fuma un sigaro circondato dai sottoposti. Essi pendono dalle labbra del capo, da cui attendono impazienti disposizioni da annotare sui taccuini. Personaggi forse più rattristanti dei veri ultimi della fila, essi non sono che ombre di colui che sognano di essere, esecutori di ordini che sognano di impartire. Agli sciagurati in fila per il pane troppo costoso si contrappone il sontuoso banchetto della borghesia finanziaria, alle sommosse popolari si oppone la grottesca esagerazione della festa ai piani alti. Anche il finale del film è giocato sulla contrapposizione: dopo la caduta dell’imprenditore in un serbatoio pieno di grano e il suo tragicomico soffocamento in ciò che l’aveva reso re, ci vengono presentati  nuovamente i contadini, i quali, non redenti da questa morte, appaiono in chiusura affaticati dal lavoro giornaliero di semina del grano.

L’alternanza insistente e quasi forzata non è tesa a suggerire una relazione diretta tra i personaggi e le rispettive realtà. Essi non si incontreranno mai e mai sapranno dell’esistenza reciproca, eppure le loro vite sono unite dagli intricati fili del mercato capitalistico che fa del lavoro proletario la fonte di ricchezza dell’imprenditore possessore di capitale. Marx, che a riguardo si dilungò nello scrivere, ci avvertiva: “L’indipendenza reciproca delle persone ha il suo complemento in un sistema di dipendenza tra di esse, imposto dalle cose.”
Se infatti mai scambieremo qualche parola con la bambina bengalese costretta a lasciare la scuola e a vendere le sue minute mani all’industria tessile per aiutare la famiglia in difficoltà economica, indosseremo probabilmente la maglietta da lei cucita, dopo averla acquistata da una delle grandi catene di fast fashion.

Il regista, in tredici minuti di riprese mette in scena la miseria e il lusso, gli stenti e gli sprechi, l’umiltà e l’arroganza, la violenta lotta per un pezzo di pane e la ridicola morte per un pezzo di mondo.