Cristo si è fermato a Eboli e la questione meridionale

Il libro di Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli”  affronta raffinatamente il tema della questione meridionale, analizzandone le sue molteplici implicazioni sociali e politiche.

Recentemente ho avuto una conversazione sull’origine delle organizzazioni mafiose in Sud Italia. Sostenevo che la mafia fosse nata e fiorita in Sud Italia, dove lo Stato italiano non era riuscito ad imporre la sua presenza capillarmente, e che fosse quindi la risposta ad un vuoto di potere che le organizzazioni criminali avevano colmato, tragicamente.  Il mio interlocutore ha risposto affermando che fosse invece una questione casuale: la mafia era fiorita al sud perché lì era nata, e se fosse nata al nord la situazione sarebbe semplicemente capovolta. Credo che affermazioni di questo tipo, possano creare non pochi problemi. La questione meridionale, ossia la particolare situazione di persistente difficoltà di sviluppo socio-economico delle regioni dell’Italia meridionale rispetto alle altre regioni del Paese, soprattutto quelle settentrionali, deve essere inserita nel suo specifico contesto storico, nel quale essa affonda le sue radici. Lo sviluppo storico del sud Italia è indissolubilmente legato ad una storia di conquiste e sopraffazioni, di centralismo politico e di sfruttamento economico malsano, da cui non si può prescindere per una comprensione matura della situazione attuale di squilibrio. Se la questione meridionale viene trasformata in assioma, è cioè viene presa come qualcosa che “è così perché è cosi”, ciò può portare a un approccio deterministico pericoloso per il dibattito pubblico.

Ecco che, per parlare del libro di Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli” è necessario fare un passo indietro, e comprenderne i presupposti storici.

C’è un detto, in Italia, che pur essendo vecchio di centosessant’anni, gode ancora di una certa popolarità: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani.” La frase, attribuita allo scrittore e politico Massimo D’Azeglio, si inserisce nel contesto storico immediatamente successivo all’unità d’Italia, nel 1961, ed esprime la necessità di unire culturalmente ciò che in quel momento risultava unito solamente sulle cartine politiche. La penisola italiana, un’accozzaglia disuniforme di entità statali indipendenti, venne unificata sotto le insegne trionfanti del regno sabaudo. Corre voce che il primo re d’Italia non parlasse italiano bensì francese e dialetto piemontese. Non vi è era concordanza linguistica né tantomeno culturale fra queste molte Italie, e l’abisso tra Torino e Palermo, o ancora, tra la capitale alpina e la campagna lucana, conteneva l’universo tutto: non solo nel sud agricolo permanevano sistemi di carattere feudale come la mezzadria mentre al nord era fiorita una certa industria, non solo il tasso di analfabetismo era molto più elevato nel Sud Italia, non solo le infrastrutture del sud erano estremamente inferiori a quelle del nord, ma la coscienza che la popolazione meridionale aveva di appartenere ad un entità nazionale unitaria e unita, era pressoché nulla.

questione meridionale
Carlo Levi

È questo il presupposto necessario a comprendere l’opera magna di Carlo Levi, intellettuale, pittore, scrittore, e politico torinese, nato nel 1902 e arrestato dal regime fascista per sospetta attività antifascista. Levi venne condannato al confino in sud Italia, nel paese di Gagliano, in provincia di Matera: Cristo si è fermato a Eboli è l’opera letteraria scaturita dall’esperienza del confino, scritta fra il 1943 e il 1945, quasi un decennio dopo la permanenza in Sud Italia.

Torino, la città di provenienza di Levi, possedeva, negli anni ’30, tutte le caratteristiche di un grande centro di cultura, di industria e vita attiva. Culla di grandi intellettuali, da Cesare Pavese a Natalia Ginzburg, da Italo Calvino a Giulio Einaudi, la città sabauda poteva dirsi certamente più vicina a Parigi che alla Lucania. È forse questa distanza incolmabile che conferisce alle osservazioni scaturite dal confino di Levi la rilevanza che è stata in seguito attribuita ad esse. Attraverso gli occhi di chi ha vissuto il progresso, l’atavismo contadino in cui Levi viene catapultato, assume un’evidenza quasi materiale e le sue riflessioni, di carattere tanto sociologico quanto politico e, direi, in senso lato, umano, sono luci nel buio di una questione, quella meridionale, mai del tutto rischiarata.

Il meridione in cui Levi giunge a metà degli anni 30, negli anni di maggiore popolarità del regime fascista, è un mondo che poggia su terra malarica, popolato da contadini miseri e bestie da soma, demoni e briganti. Aliano (come viene chiamato il paese di Gagliano nel dialetto dei contadini), è il piccolo paese meridionale per eccellenza, un luogo che ne rappresenta mille altri, inutili e dimenticati. Il potere, benché piuttosto precario, è detenuto in primo luogo dal podestà, nominato direttamente dalle gerarchie fasciste, e, in secondo luogo, dalla schiera di uomini appartenenti alla piccola-borghesia locale, che si differenzia dalla manovalanza contadina principalmente perché non muore di fame. La desolazione di un tale scenario è ciò che sta dietro al titolo del libro-testimonianza di Carlo Levi

Noi non siamo cristiani, – essi dicono [i contadini lucani], – Cristo si è fermato a Eboli – . Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla più che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie (…). Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. […] Cristo è sceso nell’inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell’eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli. 

Il cristianesimo funge presso i contadini da metro dell’umano, del civile, del politico. Cristo, così come lo Stato, non sono mai giunti in Lucania. Laddove un’autorità manca, metodi e sistemi alternativi sopperiscono a tale mancanza, ed ecco che le donne-streghe di Gagliano spiegano il mondo con la superstizione, le loro cure non si rifanno alla ragione, che è cristiana, bensì alla magia, che è pagana. Gli uomini si svegliano presto per andare a lavorare i campi, eppure ciò che riescono a mettere in tavola è poco più che pane. I contadini si ammalano quindi con estrema facilità, e Levi, che possiede una laurea in medicina ma non ha mai esercitato la professione, è agli occhi dei contadini un salvatore saggio e onnipotente, capace di curare l’incurabile e di consolare gli inconsolabili. Il conforto che il torinese offre ai contadini disperati e senza speranza di redenzione, da quello che lui definisce lo scorrere lento del tempo sempre uguale, è un conforto sì concreto, in quanto si impegna, per quanto possibile, a guarire i malati attingendo alle sue arrugginite conoscenze universitarie, ma anche simbolico e dirompente. Il giovane torinese, Don Carlo, come lo chiamano i paesani, è il primo “signore” che non li disprezza. È raro che un uomo colto, ricco, ben vestito, non intrattenga con loro un rapporto che li vuole subordinati. Lo sguardo di Levi sui contadini miseri, malati, cupi, è uno sguardo umano e compassionevole, uno sguardo per la prima volta attento a comprendere le ragioni profonde della loro rassegnazione esistenziale. Non è lo sguardo indifferente di uno Stato che manda loro i suoi esattori, esigendo, se non hanno altro per pagare le tasse, anche il poco cibo che hanno conservato: una bottiglia di olio, un prosciutto, una conserva. “Il letto non si può portare via” precisa l’esattore, ma se si potesse?

Lo Stato, dunque, si presenta ai contadini come un’entità estranea e minacciosa, l’ennesima disgrazia da sopportare:

C’è la grandine, le frane, la siccità, la malaria, e c’è lo Stato. Sono dei mali inevitabili, ci sono sempre stati e ci saranno sempre. Ci fanno ammazzare le capre, ci portano via i mobili di casa, e adesso ci manderanno a fare la guerra. Pazienza!
Per i contadini, lo Stato è più lontano del cielo, e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte. (…) La sola possibile difesa, contro lo Stato e contro la propaganda, è la rassegnazione, la stessa cupa rassegnazione, senza speranza di paradiso, che curva le loro schiene sotto i mali della natura.

Da queste riflessioni, e dall’osservazione attenta della vita in questo meridione periferico ed escluso dal progresso promesso dal fascismo, Levi trae una proposta politica. Questa si rafforza in seguito ad una licenza, ottenuta dall’intellettuale, che gli permette di tornare a Torino per pochi giorni a visitare i suoi parenti a causa dell’improvvisa morte di un suo parente. Levi ha dunque la possibilità di confrontarsi con amici e conoscenti riguardo alla sua esperienza e più in generale alla questione meridionale. Scorge però, fin da subito, un divario, un’incomunicabilità di fondo fra i due mondi. Tanto i contadini di Gagliano sono lontani dal settentrione, quanto il settentrione non possiede i mezzi per comprendere l’essenza della loro vita e delle loro difficoltà. Tutti pensano però di avere in mano la soluzione al problema, o per lo meno uno schema da applicare. Lo schema, in tutti i casi, poggia sulla speranza – quando non la convinzione – che lo Stato possa e debba risolvere la questione meridionale.

Alcuni vedevano in esso un puro problema economico e tecnico, parlavano di opere pubbliche, di bonifiche, di necessaria industrializzazione, di colonizzazione interna, o si riferivano ai vecchi programmi socialisti «rifare l’Italia». Altri non vi vedevano che una triste eredità storica, una tradizione di borbonica servitù, che una democrazia liberale avrebbe un po’ per volta eliminato. Altri sentenziavano non essere altro, il problema meridionale, che un caso particolare della oppressione capitalistica, che la dittatura del proletariato avrebbe senz’altro risolto. Altri ancora pensavano a una vera inferiorità di razza, e parlavano del sud come di un peso morto per l’Italia del nord, e studiavano le provvidenze per ovviare, dall’alto, a questo doloroso stato di fatto.

Levi, a queste visioni che possiamo trovare poco mutate anche nel dibattito pubblico odierno, risponde affermando che la questione meridionale non può trovare la sua risoluzione in seno allo Stato; esso è piuttosto il più grande ostacolo alla soluzione della questione. L’arretratezza del meridione, negli anni ’30 e ’40, viene ricondotta da Levi a tre macro-aspetti principali: in primo luogo, tra lo stato e l’antistatalismo contadino persiste un abisso che si potrebbe colmare solo mediante una forma di Stato in cui i contadini si sentano rappresentati. “Finché Roma governerà Matera, Matera sarà anarchica e disperata, e Roma disperata e tirannica.”
Il secondo problema è di ordine economico, e consiste nella miseria e nell’arretratezza dello sviluppo industriale. Il terzo aspetto è quello sociale, per cui il nemico, ancor più che il latifondo, è costituito dalla piccola borghesia dei paesi, una classe definita “degenerata sia fisicamente che moralmente, che vive solo di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale”. Questo triplice problema, sebbene non sia nato con il fascismo, è stato dal fascismo acuito, giacché con esso, lo statalismo piccolo-borghese è giunto alla più completa affermazione.

Per quanto queste considerazioni siano ancorate al tempo in cui sono state formulate, non risulta difficile sostituire le categorie di ieri con quelle di oggi, e scoprire un disagio morale, sociale ed economico drammaticamente simile a quello di novant’anni fa. Una classe rassegnata, che cova un rancore anti-statale (a volte giustificato, a volte meno), che persegue una dolorosa corsa alla sopravvivenza, ignorata dalle istituzione e talvolta afflitta dalle violenze della criminalità organizzata, continua ad esistere nel meridione più depresso.

Qual è, quindi, la proposta di Levi, se la questione appare così tragicamente irrisolvibile?
La strada da percorrere, che deve liberare i contadini (leggasi oggi come fascia più bassa della gerarchia economico-sociale) dalla loro “forzata anarchia” e “necessaria indifferenza”, è la strada dell’autonomia: lo Stato come infinite autonomie, una “larga federazione”. Solo quando le due parti cesseranno di opprimersi vicendevolmente, e tanto la città quanto la campagna, tanto l’imprenditore quanto il contadino, tanto il nord quanto il sud, comprenderanno che nella collaborazione e nel rispetto reciproco dei propri diritti e doveri, risiede la chiave del vivere civile e del progresso, il meridione cesserà di essere considerato una palla al piede da un settentrione più ricco e maggiormente sviluppato.

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