Junior

I sogni di Junior sanno di buio e di sangue. Il ritmo è quello del pallone da basket che rimbalza. Prima forte, incalzante, vicino, poi sempre più debole, lento; infine il silenzio. Il campetto, nell’afa estiva della periferia milanese, assorbe il sudore che lascia lento i visi dei giocatori. Ragazzi in furore, aria calda, urla. Le donne affacciate alle finestre dei grigi palazzi circostanti sembrano api agitate nelle celle di un alveare. L’odore dei cibi speziati evade dagli appartamenti e raggiunge il campetto, e come il rintocco delle campane nei paesi di pronvinia, scandisce il tempo che altrimenti sarebbe infinito in un campo da basket, a sedici anni.
Junior sale i quattro piani di scale di corsa, l’ascensore è rotto ormai da mesi, è stanco, ha fame. Lo accoglie un piatto fumante già servito a tavola.
– Mamma fa caldo, cazzo. -.
-Sempre a lamentarti… Dai, mangia!-.
La sedia del padre è vuota, il ragazzo non fa domande, afferra la forchetta e pulisce il piatto in cinque minuti.
Alla tv danno un reality show demenziale, studi luminosi, volti plastici, litigi inutili. Junior scivola annoiato nel sonno mentre la tv proietta luci sgargianti sulla parete della stanza umida.

Il sogno

Riconosce la sua ragazza da lontano. Indossa una gonna corta, il rossetto più rosso del solito, sorride come sempre. Sorseggia una Coca-Cola che pare essere freddissima, i suoi movimenti denotano un’agitazione che Junior non vede in lei da tempo, quell’agitazione delle ragazze che vogliono piacere. Si avvicina cauto, non lo nota nessuno; d’un colpo capisce. Sta parlando con un altro. Lui le sistema i capelli e lei ride, timida. Un bacio. L
La rabbia che sale, che scalda il corpo, i muscoli tesi che reagiscono all’umiliazione.
Si guarda intorno spaesato e si avvicina ai primi che vede -Avete una sigaretta?- chiede agitato. Il ragazzo più alto gliela porge distratto. Junior la accende frettoloso, se ne va senza ringraziare, i pensieri gli infiammano la testa.

Aspetta qualche ora, cerca il buio della sera. Sa dove trovare il ragazzo visto nel pomeriggio con chi pensava gli appartenesse. È al campo da basket, usurpatore di ciò che è suo.

Le parole escono veloci: – Bastardo, arabo di merda! -.

Il ragazzo sa bene di cosa parla, accoglie la sfida con stupida sfrontatezza, aveva previsto lo scontro, non distoglie lo sguardo. Gli occhi si incrociano, scuri, incattiviti, coscienti dell’importanza di non far trapelare la paura.

Junior si avvicina, incerto. Estrae il coltello rubato al fratello poco prima, lo impugna tremante, sceglie di non pensare. Distoglie finalmente lo sguardo da quello dell’arabo. Due coltellate sul fianco, il coltello sporco di sangue. Si allontana schifato, impaurito. Si vergogna di tanta codardia.

Rivive la scena ripetutamente nella sua testa. Il ritmo è quello del pallone da basket che rimbalza, prima forte, incalzante, vicino, poi sempre più debole, lento; infine il silenzio. Le ombre del vicolo che lo riporta a casa lo tormentano, inizia a correre con foga.

2 a.m
Si sveglia in un bagno di sudore. Sollevato dal constatare che ciò che gli bagna la fronte non è di colore rosso pensa alla sua ragazza, all’arabo del campo. Si alza barcollando, ancora confuso, cerca dell’acqua fresca in frigo, beve lentamente, si concentra sul liquido fresco che attraversa la gola, che sinuoso scende e lo riporta al reale. Lava il viso caldo, lo asciuga con cura. Si affaccia alla finestra sentendo il sollievo dell’aria notturna.

-Che sogno…

Che sogno di merda… –