La festa di Via Padova

“Catena umana di giorno e la sera l’ennesimo accoltellato”, “Tutti criminali senza permesso di soggiorno”, “Italiani ipocriti, l’integrazione è un’altra cosa”.

Questi i commenti sulla manifestazione solidale e antirazzista tenutasi in via Padova lo scorso sabato, 5 di maggio. Commenti di chi, la manifestazione, l’ha vista solo tramite un post su facebook, tramite uno schermo muto, fermo, che non sorride e non canta, non gioisce e non abbraccia.

Io, a questa manifestazione, ci sono andata. Non senza dubbi o quel sottile timore di trovarmi di fronte ad un forzato intento di sembrare tutti amici, tutti fratelli, più una reazione simbolica al razzismo dilagante quindi, che una vera e propria affermazione di solidarietà. È facile cadere nel buonismo, pensavo; negli striscioni altisonanti ma vuoti di contenuto.

Prima ancora che questi pensieri potessero svanire, invece, mi sono trovata immersa in un mare di musiche di tutti i colori, musicisti provenienti da ogni angolo di mondo, con una forza e un carisma tali da farti alzare dal marciapiedi da cui eri seduto, da indurti ad abbassare la fotocamera, il cellulare, portandoti invece a cantare e ballare e sorridere per ore, senza nemmeno accorgertene. E come quella del pifferaio magico, in poco tempo la loro musica ha attirato attorno a sé decine e decine di persone, bambini incuriositi dal suono potente delle percussioni, anziani con gli occhi pieni di vita che tenevano il tempo battendo le mani, famiglie intente a mangiare il ghiacciolo, coppie che ne approfittavano per un bacio più lungo del solito.

Ieri, in questa via così discussa, ho visto non tanto la gioia di chi tende la mano allo straniero, all’africano, all’arabo, al sudamericano. Ieri ho visto la gioia di chi faceva festa, di chi si divertiva a condividere una birra, un abbraccio, una battuta, non con lo straniero ma con un altro essere umano a prescindere dal colore della pelle, dal permesso di soggiorno, dal’orientamento sessuale e dall’età. Ho visto la gioia di chi dimentica per un pomeriggio le ossessioni identitarie, le categorie, le regole sociali, il razzismo e l’antirazzismo, il fascismo e l’antifascismo ricordandosi, invece, di essere umano. Perché ciò che importa, in fondo, non è proprio l’affermare che la nazionalità non fa alcuna differenza? Che non è necessario suonare le canzoni di Vasco per poter cantare come non è necessario essere italiani per essere trattati come uomini e donne degni di questo nome?

Ieri in via Padova non si è tenuta una manifestazione antirazzista, con la forzatura istituzionale, la possibile ipocrisia e la retorica vuota, ieri si è tenuta una festa, una festa di quartiere come probabilmente non se ne vedevano da tempo. E no, non sarà la soluzione ai disagi, non sarà la fine del degrado, non metterà un punto alle problematiche sociali, ma è di certo una potentissima affermazione di umanità.