La grazia o il tedio a morte del vivere in provincia

Ogni volta che mi capita di passare del tempo in provincia, che sia per visitare un luogo o per andare a trovare amici e parenti in paesi in cui ho vissuto per qualche tempo, mi succede che, al ritorno, quando riemergo dalle scale della metropolitana di Milano, io provi un enorme sollievo. È una sensazione che dura un momento, giusto il tempo di abituarmi nuovamente alla città come ambiente neutro nel quale vivo e mi muovo senza poi farci troppa attenzione, ma è una sensazione nitida a cui ho recentemente fatto caso.

Per tornare dalla provincia a Milano prendo un treno fino ad una stazione piuttosto centrale di Milano, da cui non esco se non per imbucarmi immediatamente nei sotterranei della metropolitana, e quindi l’intermezzo tra l’ultimo momento in cui ho vissuto un luogo – il paese – e quello in cui riemergo nelle vie trafficate della città, assume i connotati vuoti dello spostamento, dove non si ha una reale percezione dei cambiamenti che avvengono fuori e al di sopra, finché appunto non si riemerge. Ecco che quando esco, il momento di sollievo è dato dallo stupore di essere arrivata, senza accorgermene attivamente, in un luogo in cui tutto è più grande, più movimentato e più densamente e rapidamente vissuto rispetto al piccolo paese da cui ero partita.

Ho cercato di analizzare questa mia sensazione di sollievo e credo che nasca dalla consapevolezza che, in città, mi è concesso scomparire. Non che io nutra necessariamente il desiderio di passare inosservata, ma mi rassicura sapere di averne la possibilità. Perché la provincia, a mio avviso, è il luogo del controllo di tutti su tutti.
Ho sempre notato con interesse (e leggera inquietudine) come le persone nate e cresciute in piccoli centri, conoscano dettagliatamente aspetti della vita di persone con cui non hanno alcun rapporto se non quello di vivere nello stesso piccolo centro. E questa conoscenza degli aspetti spesso più privati e meno lusinghieri della vita degli altri assume di frequente un carattere morboso, che dall’ingenuo pettegolezzo può diventare vero e proprio stigma senza che i soggetti in campo se ne rendano conto. In provincia, tenere traccia degli sviluppi della vita di coppia disastrosa del cugino del conoscente, e conoscere la situazione economica di tal famiglia che possiede tale attività, non solo è normale, ma è quasi necessario alla sopravvivenza sociale. Certo non voglio generalizzare più del dovuto, e credo che ci siano certamente casi virtuosi di persone in grado di sottrarsi a questa dinamica del controllo, ma io, per esempio, non ne sono capace.

Mi sono resa conto, infatti, di essere stata fagocitata da queste dinamiche pervasive ed invadenti ogni volta che ho vissuto in un piccolo centro, diventando anche, mio malgrado, una controllatrice attiva (per varie ragioni ho vissuto, nell’ordine: in un piccolo paese del Trentino, in un piccolo paese del sud della Germania, in un piccolo paese della Lombardia).

A braccetto con questo fenomeno che ho definito del controllo, credo vada il fenomeno dell’esaltazione di determinati valori a scapito di altri. Se cioè si vive in in luogo in cui tutto ciò che siamo in termini estetici, economici, e sociali è sotto gli occhi e l’attenzione di tutti, necessariamente si sentirà la pressione di adattarsi al sistema di valori della maggioranza. E quando questo sistema di valori esalta e, appunto, valorizza, modi di esistere estranei a quelli a noi congeniali, la sensazione che ne risulta è quella di essere schiacciati da un macigno pesantissimo.
Che il valore sia la ricchezza, l’estetica o altro, non è granché importante, se non in termini di estraneità o disgusto personali nei confronti di questi determinati valori. Più ci sono estranei e più ne sentiremo il peso. Credo che la conseguenza di questo peso sia che, per evitare di esserne asfissiati definitivamente, e quindi come meccanismo di difesa, si tenda ad assimilarli e a diventare a propria volta vettori di questi valori. Mi sono trovata ad esprimere giudizi che mai avrei voluto esprimere “liberamente” in ambienti che sentivo lo richiedessero. La provincia rende vili? Non necessariamente. Credo renda vile me (e alcuni altri).

Un’altra possibile via c’è ed è quella della ribellione. C’è un verso di una canzone intitolata Lake Washington Boulevard che dice: “Qua in questa fottuta provincia, ci vuole del coraggio anche per aver paura”. Lo trovo molto bello e molto vero. Mi capita di pensare alle persone che, in uno dei paesi di provincia in cui ho vissuto, si sono discostate dalla media anche solo in termini estetici o di attitudini – chi si è ricoperto di tatuaggi e ha tinto i capelli di rosa, chi ha deciso di fare musica o arte – e ricordo tutti i commenti che ho sentito di sfuggita da alcuni compaesani a riguardo. Si va dal velatamente critico – il famoso storcere il naso – al paternalistico “Si è perso per strada. Peccato. E pensare che è di buona famiglia”, fino al giudizio duro e aggressivo. Allora penso che qua in questa fottuta provincia ci vuole davvero del coraggio: a volte ci vuole il coraggio di andarsene.

Ci sono molte altre questioni che vorrei approfondire, e forse in futuro lo farò. Per ora, e per non dilungarmi, concludo tornando al punto di partenza, e cioè la città. Una delle cose che più amo della città è la libertà che viene dal sapere di non essere riconosciuta. Amo il potermi confondere, mischiare, mimetizzare. Amo poter essere eccentrica se mi va di farlo, senza sentire il peso di uno sguardo che mi trafigge e scortica. Amo attraversarla in bicicletta cantando, senza pensare a cosa potrebbero pensare. La grande città ha una cosa che può essere, a seconda dei gusti, estremamente rassicurante e infinitamente spaventosa: la gente non finisce. Ce n’è così tanta da farci mille giri e non averla vista tutta. C’è così tanta gente da sperare che tra i diversi gruppi di persone che la abitano, e tra i diversi valori che questi gruppi esaltano, ognuno possa pensare di trovare quello a sé congeniale. Perché, attenzione, i valori della città non sono migliori, sono solo molti di più e molto più diversificati.

Ecco, io ringrazio la città perché mi permette di scomparire e scegliere.