Le urla in cui riconobbi la guerra

Una domenica invernale di qualche mese fa andavo a vedere lo spettacolo “Ridi Rwanda ridi” al Teatro Officina.  Il Teatro officina è una di quelle piccole realtà di quartiere, la cui bellezza non può che smuovere in te qualcosa di dormiente. L’ostinazione, l’impegno, la profonda serietà con cui in questo luogo si fa cultura è qualcosa che spero possa resistere nel tempo, come finora ha fatto.

Lo spettacolo a cui ho assistito è un monologo teatrale ideato e interpretato da Elisa Canfora con la regia di Elisa Canfora e Dario Villa.
Tratto dai libri “Storia di Lemi che si innamorò di una pallina” di Paolo Sormani e “Luna Park Rwanda” di Roberto Mauri, l’opera tratta il tema del genocidio consumatosi in Ruanda dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, al termine del quale si contarono circa 800 000 morti su una popolazione di quattro milioni.  Il personaggio che anima la scena è un bambino di nove anni, il quale, sottratto all’infanzia, narra la sua storia e che è al contempo la storia di una popolazione dilaniata, martoriata, uccisa da un’odio cieco e irrazionale.

Lemi, reduce da una guerra, manca degli strumenti per comprenderla. La sua infantile ingenuità funge da provocazione per lo spettatore. “Tu la capisci la guerra?”, pareva chiederci Lemi.
Se l’avesse chiesto davvero sarei rimasta in silenzio.

C’è stato un momento, durante lo spettacolo, nel quale è stato raggiunto l’apice del pathos: Lemi ricordava l’odore dei morti nelle fosse comuni, la morte dei genitori, la crudeltà della guerra. La musica era tutto un crescendo e l’aria si era tinta di un dolore amaro. In quell’istante, una bambina ruandese – una vera, una piccolina seduta dietro di me sulle gambe del padre – ha iniziato ad urlare.  Urlava di angoscia, tappandosi le orecchie e chiudendo gli occhi come per difendersi, e piangeva a dirotto.
In questa stanzetta che funge da teatro eravamo forse una ventina, venti persone strette nel pianto di una bambina. I genitori la cullarono, la presero fra le braccia e la portarono fuori, per zittire ciò che l’aveva turbata.

Che fosse ruandese non ha importanza: non urlava certo perché avesse compreso. A tre anni urli perché hai paura, perché ti svegli dal pisolino e nel buio della stanza non vedi tua madre, per esempio. La bambina, dunque urlava, ed erano urla strazianti, e di colpo ho visto, con una chiarezza che ha del materiale, la guerra. La guerra che, imparziale e democratica, colpisce il ricco e il povero, l’adulto e l’infante allo stesso modo. Distrugge senza distinzioni, ferisce senza rispetto. Ho sentito le urla di una bambina che in nulla differiva da chi morì a colpì di machete. E la consapevolezza di ciò, la violenta presa di coscienza che solo l’assolutezza del male è in grado di provocare, mi ha riportato alla mente un ricordo d’infanzia, prezioso, coperto ormai da strati di polvere nei meandri della coscienza.

Avevo all’incirca sette anni, e ogni giorno, alle quattro di pomeriggio, sintonizzavo la televisione su rai 3 per vedere il Fantabosco. Non perdevo nemmeno una puntata, guardavo addirittura lo speciale della domenica con Gipo Scribantino, direttore del giornale del Fantabosco. Fin da piccola ho subito il fascino degli studi ricolmi di libri e vecchi giornali e quindi, quando scoprii che Gipo sarebbe venuto nella mia città, a teatro, assillai mia madre finché non comprò i biglietti per l’evento.

Quando giunse il fatidico giorno, andai a teatro con mia madre, emozionata. Nonostante l’orario improbabile per uno spettacolo rivolto ad un pubblico di bambini, non ci sorse nessun dubbio,  certe che Oreste Castagna, l’attore che interpretava Gipo nel Fantabosco, non potesse che essere, anche fuori dal suo studio, l’omone che divertiva i bambini la domenica mattina.  Dopo pochi minuti dall’inizio, però, ci accorgemmo che ciò a cui stavamo assistendo non era il solito leggero intrattenimento infantile.  Si trattava infatti di uno spettacolo sul dramma dei bambini soldato, arruolati forzosamente dalle guerriglie africane avide di militanti. Ricordo che venivano proiettati dei video ritraenti scene di guerra, mentre Castagna raccontava di come spesso i bambini-soldato fossero a terribili iniziazioni alla guerra che comprendevano violenze sui propri amici e coetanei per provare il proprio coraggio, e, soprattuto, per evitare di morire con una pallottola in testa all’età di otto anni.
All’inizio, confusa, chiesi a mia madre se Gipo Scribantino stesse scherzando, se poi cominciasse il vero spettacolo, quello bello. Lei mi disse che non stava scherzando e che lo spettacolo era già iniziato. Le chiesi allora se fosse vero quello che diceva, se ci fossero davvero dei bambini della mia età costretti ad uccidere i loro amici o i loro fratelli per sopravvivere. Mi disse che era vero, purtroppo. Ricordo che scoppiai in lacrime, disperata. Ruppi il silenzio con dei fragorosi singhiozzi che nessuna parola di conforto riusciva a calmare. Sperimentai la stessa dolorosa presa di coscienza che mi avrebbe assalito molti anni dopo, una domenica d’inverno al Teatro Officina. Le mie urla erano quelle della bambina ruandese che qualche mese fa mi fecero rabbrividire. Le urla in cui riconobbi la guerra.

La bambina in questione, è la figlia di un uomo che, a sua volta, fu bambino ruandese, orfano di guerra, adottato da un uomo italiano, Paolo Sormani, che si era recato sul posto dopo la catastrofe in qualità di volontario.

Quest’uomo è il responsabile dell’associazione Variopinto, che da decenni opera sul territorio e che nel tempo ha cambiato il volto del piccolo paese africano costruendo dodici scuole materne, una scuola primaria e una scuola secondaria, un centro per ragazzi disabili e una cooperativa d’artigiani.
Paolo è un uomo umile, al punto da far trasparire un certo imbarazzato nell’elencare ciò che con l’associazione ha portato a termine nel paese delle mille colline. Appartiene a quell’ormai rara schiera di eroi silenziosi, benefattori dall’elegante sobrietà, a cui affideresti il destino dell’umanità dopo pochi minuti di chiacchierata. Una persona buona, che mi sento di ringraziare. Lo ringrazio e celebro lui e chi con lui ha contribuito ad alleviare le urla dei bambini, in cui riconobbi la guerra.