Lessico famigliare

Poregramo era per mio padre un poveraccio, uno sciocco, uno “che non ci arriva” e allora spesso, mentre cucinava guardando il telegiornale della sera, inveiva contro un politico, un personaggio di spettacolo o chiunque non rientrasse nelle sue simpatie, gridando: “poregramo, va che poregramo!”. Non era dato sapere perché quel poregramo fosse un poregramo e quando chiedevo spiegazioni la risposta era più o meno sempre questa: “perché l’é n’poregramo, dai poret!”.

Simile era il significato che lui attribuiva al termine mocheno. I mocheni sono in realtà la comunità che abita la valle dei mocheni, in Trentino: poco più di duemila anime con una lingua propria dalle origini incerte e poca voglia di mescolarsi con chi non è nato in valle. Mocheno indica dunque, in gergo, una persona rozza e incolta, un montanaro scontroso; mio padre usava però questa parola in modo affettuoso, tenero, quasi sempre per rivolgersi a noi figli: “Dai mochena, è pronta la cena, muoviti”, oppure “Che mocheno!” diceva ridendo quando mia madre gli comunicava che mio fratello aveva morso un altro bambino all’asilo.

Mia madre, dal canto suo, usava esclamare: “Qué pesar de la pobre viejecita” (“Poverina questa povera vecchietta!”), citando una famoso racconto dello scrittore colombiano Rafael Pombo, che con acuto sarcasmo racconta le difficili pene di una povera vecchietta, che non ha nulla da mangiare se non cibo a volontà, non ha un tetto sopra la testa se non quello della sua lussuosa villa e non ha nessuno che si occupi di lei se non una ventina di uomini e donne al suo servizio.  “Qué pesar de la pobre viejecita” era la frase che mia madre sfoderava a Natale, se osavo lamentarmi dei regali ricevuti perché non corrispondevano alle richieste – spesso assurde – che avevo affidato alla mia letterina per Babbo Natale. Quando sento qualcuno lamentarsi perché la casa di villeggiatura in Sicilia non è così vicina alla spiaggia, penso ancora alla pobre viejecita.

C’è, in ogni famiglia, un lessico proprio, domestico, fatto di storpiature, deformazioni linguistiche, bizzarrie, innocue irrisioni, affettuosi nomignoli. Ci sono espressioni proverbiali che nessun ospite capirebbe, c’è la frase del vecchio zio che quando sulla sedia a dondolo fumava il sigaro diceva proprio così. Ecco il pretesto letterario sui cui è costruito il romanzo “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg.

“Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole.”

Parole attraverso le quali la scrittrice torinese narra la vicenda di una famiglia ebrea, la sua, in un arco di tempo che va dagli anni ’30, in pieno periodo fascista, agli anni ’50, periodo in cui l’Italia riemerge faticosamente dalle macerie fisiche e morali sotto cui si era trovata sepolta.
Natalia è l’ultima di cinque figli: il padre scienziato e professore universitario di origini triestine, la madre, casalinga, legge Proust e ama farsi confezionare vestiti vistosi dalla sartina del quartiere, la Tersilla.

Tentare una sintesi esaustiva di questo romanzo è un’impresa ardua, si tratta di una storia scandita dalle minuzie, dai piccoli fatti quotidiani che spesso, come in un film di Godard, assumono un peso maggiore rispetto agli eventi più tragici, narrati senza particolare enfasi emotiva, quasi distrattamente. In questa narrazione del quotidiano e del domestico emergono sempre più nitidi i tratti caratteriali dei personaggi, colti nella loro più intima essenza dagli occhi attenti della narratrice.
Ci sono, in questo libro, tutte le debolezze e i piccoli conflitti di una famiglia comune: le gite in montagna imposte ai figli dal padre, che la madre Lidia definisce “Il divertimento che il diavolo dà ai suoi figli” e le vanità della madre annoiata che il padre Giuseppe chiama “cose da megalomani”.

Giuseppe Levi, uomo burbero, scontroso, ma in fondo buono e a tratti buffo e quel lessico che ne è il riflesso: “Non fate sbrodeghezzi, non fate potacci!“, così intima i figli di non fare pasticci a tavola, ma sbrodeghezzi e potacci erano anche i quadri moderni “che non poteva soffrire”. Un sempio o un salame è per lui uno stupido, un negro è “chi aveva modi goffi, impacciati e timidi, chi si vestiva in modo inappropriato, chi non sapeva andare in montagna, chi non sapeva le lingue straniere.” Se il figlio Gino, che non poteva credere andasse bene negli studi, tornava a casa con un trenta e lode, esclamava “Uh, ma era un esame facile”.
Le amiche di Lidia erano per il marito le babe, che lui, quando si avvicinava l’ora di cena, terrorizzava gridando: “Lidia, Lidia! Sono andate via tutte quelle babe? Non ti sei stufata di babare? Non ti sei stufata di ciaciare?”
Questo carattere collerico coesisteva però con una particolare affezione verso i figli, un modo tutto suo di preoccuparsi delle loro frequentazioni e del loro futuro e un certo orgoglio per ciò che sarebbero diventati: uomini e donne di sani valori, militanti antifascisti, colti professionisti.

D’altronde l’ambiente in cui crescono questi figli, e quello che emerge senza grande scalpore nel flusso del racconto, è quello dei grandi intellettuali torinesi, dei socialisti costretti alla fuga dal regime fascista, dei ricchi imprenditori e degli scrittori illustri. E così, con naturalezza, la Ginzburg ci introduce personalità quali Adriano Olivetti, che sposerà la sorella Paola, Giulio Einaudi, che fonderà la casa editrice in cui Natalia lavorerà a fianco di Cesare Pavese e Felice Balbo, Filippo Turati che soggiornerà clandestinamente a casa Levi prima dell’esilio francese, e Leone Ginzburg che di Natalia diventerà il marito, prima di trovare la morte per mano dei nazisti nel carcere romano Regina Coeli. Di questi, che non conosciamo che come personaggi, la Ginzburg ci restituisce l’umanità, il lessico, le abitudini del quotidiano, il loro lavorare tanto da dimenticarsi puntualmente di pranzare, come capitava a Balbo, o il portare la cravatta legata come una corda, abitudine inconsapevole di Turati.  E dunque, ciò che di loro è inaccessibile dalle loro opere, ci è permesso di scorgerlo nelle trame di questo romanzo. Di Cesare Pavese l’autrice narra:

“Ascoltava, tuttavia, con vivo piacere. Aveva sempre, nei rapporti con noi suoi amici, un fondo ironico, e usava, noi suoi amici, commentarci e conoscerci con ironia; e questa ironia, che era forse tra le cose più belle che aveva, non sapeva mai portarla nelle cose che più gli stavano a cuore, non nei suoi rapporti con le donne di cui si innamorava, e non nei suoi libri: la portava soltanto nell’amicizia, perché l’amicizia era, in lui, un sentimento naturale e in qualche modo sbadato, era cioè qualcosa a cui non dava un’eccessiva importanza. Nell’amore, e anche nello scrivere, si buttava con tale stato d’animo di febbre e di calcolo, da non saperne mai ridere, e da non essere mai per intero se stesso: e a volte, quando io ora penso a lui, la sua ironia è la cosa di lui che più ricordo e piango, perché non esiste più: non ce n’è ombra nei suoi libri, e non è dato ritrovarla altrove che nel baleno di quel suo maligno sorriso.”

Quell’ironia che ora è dato ritrovare in questo libro, come un dono inconsapevole. Perché la scrittura della Ginzburg è delicata e mai immotivatamente enfatica, i tragici svolgimenti storici e i drammi personali vengono narrati con rispettosa austerità, senza soffermarsi più del dovuto sulle sofferenze o le difficoltà. È una scrittura dall’animo lieve, come di animo lieve è Lidia, la madre, sempre pronta a vivere, mai piegata nell’autocommiserazione:

“Il mondo appariva invece, dopo la guerra, enorme, inconoscibile e senza confini. Mia madre tuttavia riprese ad abitarlo con lietezza, perché il suo temperamento era lieto. Il suo animo non sapeva invecchiare e non conobbe mai la vecchiaia, che è starsene ripiegati in disparte piangendo lo sfacelo del passato. Mia madre guardò lo sfacelo del passato senza lagrime, e non ne portò il lutto.”

E di questa tenacia sembra esserne portatrice, seppur senza entusiasmi e più grigiamente, anche la figlia.
Di Natalia Ginzburg ho apprezzato particolarmente l’eleganza con la quale si fa osservatrice discreta ma attenta. La fotografia che ci restituisce di una famiglia, del suo lessico e del periodo storico che entra in casa senza bussare, è tanto nitida quanto difficile è scorgere l’occhio che ha messo a fuoco. Natalia è una presenza che si scorge a malapena nel riflesso dei personaggi che ingombrano i suoi spazi e le sue giornate; nel suo narrare vicende vissute in prima persona, l’ego non occupa mai la scena, invadendola sgraziatamente come accade in tanta letteratura contemporanea.
È forse per questo motivo che il lessico della famiglia Levi, e tutto ciò che si cela dietro di esso, risulta al lettore realmente famigliare. Non c’è trama né tragedia, c’è una famiglia e c’è la vita, e come non venirne toccati?
Più volte mi sono trovata, nei giorni in cui questo libro mi ha accompagnata, a chiamare affettuosamente il mio interlocutore un sempio o un salame e che di questo sia capace un libro, non è cosa da poco.

 

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