L’etica protestante e lo spirito del capitalismo

Max Weber, sociologo, filosofo ed economista tedesco, nasce a Erfurt nel 1864. Riconosciuto come uno dei fondatori delle scienze sociologiche, Weber fu un acuto osservatore del suo tempo. Ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo lo studioso indaga ciò che definisce “lo spirito” caratteristico dell’uomo capitalista, scostandosi quindi da uno studio di carattere esclusivamente economico. Ciò che rende quest’opera di grande interesse è l’affermazione di una continuità ideale tra lo spirito del protestantesimo, in particolare calvinista, e lo spirito del capitalismo. Un’etica comune del lavoro come scopo e non più come mero mezzo di sussistenza, un marcato senso del dovere e della disciplina e un ascesi quasi mistica non più volta ad ottenere la salvezza presso Dio, ma piuttosto presso ciò che sulla terra il lavoro permette di ottenere: la ricchezza.

Weber apre l’opera con il dato di fatto che sarà in seguito oggetto di analisi: le statistiche dei paesi di confessioni miste mostrano con frequenza una forte presenza protestante nella proprietà e nell’impresa capitalistica, cosi come nelle élites operaie più colte e qualificate.

Anche nell’ambito dell’educazione si riscontrano tendenze diverse a seconda della confessione religiosa degli individui. I cattolici che studiano e conseguono un diploma sono in percentuale meno dei protestanti e ciò è dovuto secondo l’autore alle minori possibilità economiche. La maggiore scolarizzazione e specializzazione dei protestanti e la conseguente partecipazione al possesso di capitali è storicamente conseguenza di supremazia economica più che causa di questa.

Inoltre i cattolici che hanno la possibilità di istruirsi prediligono generalmente lo studio delle materie umanistiche, i pochi che optano per le attività pratiche preferiscono rimanere nel settore dell’artigianato, mentre i protestanti entrano spesso nel sistema produttivo di fabbrica. A cosa si devono queste differenze? Sarà questa la domanda che guiderà l’autore nella sua analisi.

È accertato che i territori più ricchi del Reich tedesco si convertirono al protestantesimo quando esso sorse e nei secoli immediatamente successivi. A questa rivoluzione religiosa delle regioni economicamente più sviluppate si possono attribuire cause di natura diversa.

È innanzitutto rilevante sottolineare che la riforma protestante si presentò non tanto con l’intenzione di abolire il predominio religioso sulla vita dei credenti, bensì di sostituire quella religiosità comoda e “perlopiù appena formale” con una nuova regolamentazione “pesante e presa molto sul serio, che penetrava, nella misura più ampia che si possa pensare, in tutte le sfere della vita pubblica e privata.” 

Il Calvinismo, duramente definito da Weber “tirannide puritana”, è la forma estrema di dominio religioso sulla vita dell’individuo, dalla quale le classi della borghesia emergente dei paesi più benestanti si lasciarono ammaliare.

“Un abilissimo senso capitalistico degli affari coincide, nelle medesime persone e nei medesimi gruppi, colle più intense forme di una religiosità che penetra e regola la vita intera. Specialmente il Calvinismo mostra, ovunque è apparso, una tale combinazione.”

Si afferma quindi un’affinità tra etica protestante e spirito del capitalismo. Ma a cosa realmente l’espressione “spirito capitalistico” si riferisca non è ancora del tutto chiaro.

Per definirne i confini ci viene in auto un trattato del politico Benjamin Franklin. Massime come “Ricordati che il tempo è denaro, ricordati che il credito è denaro, ricordati che il denaro è di sua natura fecondo e produttivo – e, infine – ricordati che chi paga puntualmente è il padrone della borsa di ciascuno” paiono il manuale comportamentale del imprenditore borghese senza scrupoli, la cui unica preoccupazione è la crescita esponenziale del proprio capitale.
Si afferma una filosofia dell’avarizia che è filosofia vincente in quanto espressione dell’ethos dell’uomo capitalista. Chi non sta alle sue regole per scelta consapevole o impossibilità materiale è rifiutato dalla società capitalistica che non può permettersi l’improduttività, e il suo comportamento è letto come negligenza del proprio dovere morale. Il giudizio su colui che si sottrae alle dinamiche imposte dal mercato è estremamente negativo. Il capitalismo esige infatti una dedizione quasi mistica al lavoro. La professione non è più mero mezzo di sussistenza ma deve essere vocazione, alla quale le ulteriori normali preoccupazioni dell’essere umano possono e spesso devono essere sacrificate. A Weber interessa particolarmente quell’elemento irrazionale che sta alla base della vocazione professionale, irrazionale perché diametralmente opposto agli interessi eudemonistici. Se infatti la felicità più naturale e semplice è sacrificata in nome del lavoro,

“il sentimento della potenza e della considerazione che procura il semplice fatto del possedere, ha in tutto ciò la sua parte; là dove la fantasia di un intero popolo è indirizzata verso le grandezze puramente quantitative, come negli Stati Uniti, questo romanticismo delle cifre agisce con un fascino irresistibile su quei commercianti che sono, a modo loro, poeti.”

E non è solo il potere ad essere attraente. Una persona ricca è idealmente associata ad una persona laboriosa, degna dunque di rispetto e considerazione sociale. Questo scontro tra la felicità tradizionale, in nome della quale l’uomo gode di ciò che ha e spende il tempo in ciò che ama fare, si contrappone ad una nuova idea di felicità, che posa sulla considerazione sociale e il potere che il denaro attribuisce a chi lo possiede.

Lo spirito capitalistico si è necessariamente scontrato con il tradizionalismo, ossia con il modo di vivere e lavorare non solo pre-capitalistico, ma anche del capitalismo “tradizionale”.

Il sistema economico capitalistico infatti, non nasce nell’Europa del XVIII secolo, ma nell’Europa del XVIII secolo europeo subisce un’importante mutamento.

Il sistema capitalistico delle epoche precedente si rifaceva a uno spirito diverso, che si può definire spirito tradizionalista: era capitalismo a tutti gli effetti in quanto anch’esso caratterizzato da elementi come il carattere commerciale ed affaristico degli imprenditori, l’intervento del capitale nell’economia d’impresa e il rapporto tra classe borghese e classe lavoratrice,

ma era capitalismo tradizionalistico se si guarda allo spirito che animava gli imprenditori; la condotta tradizionale di lavoro, gli usi tradizionali nella condotta degli affari e nella relazione sia cogli operai sia colla tradizionale cerchia di clienti, nella maniera di procurarsi clienti e sbocchi, dominavano l’esercizio dell’azienda, ed erano a fondamento – cosi si può dire appunto – di questo cerchia di imprenditori.

In cosa consistette, dunque, il mutamento? L’imprenditore borghese iniziò a trasformare i contadini in operai, aumentò il controllo su di essi, e si occupò personalmente dello smercio dei prodotti, adeguò la produzione ai bisogni e i desideri degli acquirenti e inizio ad attuare le dinamiche del basso prezzo e del grande smercio, ma, in primis, mutò il suo atteggiamento nei confronti del lavoro, che da professione si fece vocazione ascetica.

L’autore identifica i protagonisti del mutamento dello spirito capitalistico, non tanto negli avventurieri danarosi e senza scrupoli ma negli

“uomini formati nella dura scuola della vita, calcolatori e audaci al tempo stesso, ma soprattutto riservati e costanti, completamente dedicati all’oggetto della loro attività, con opinioni e principi severamente borghesi.” 

Il razionalismo, come capacità di calcolare il grado di guadagno di una mossa di mercato, viene indissolubilmente legato nella figura dell’imprenditore sette-ottocentesco nordeuropeo o statunitense, il quale per mezzo di un ferreo dominio di sé e di una dura disciplina, è in grado di aumentare straordinariamente le capacità di lavoro e di conseguenza il profitto.

In questo mutamento dello spirito capitalista, Weber riconosce la gravosa influenza dell’etica protestante, in particolare calvinista. Il protestantesimo infatti, abbandona il rifiuto per le ricchezze caratteristico del cattolicesimo. Alla povertà francescana che chiede al Padre il pane quotidiano, si contrappone il successo lavorativo, e la ricchezza che ne deriva, come segno di grazia divina. Calvino non vede nell’agiatezza un ostacolo per l’azione degli ecclesiastici, essa è addirittura auspicabile. Nella dottrina calvinista, al contrario di ciò che si potrebbe pensare, l’ascesi non scampare, raggiunge anzi il suo culmine, espressa non nella povertà ma nel rifiuto dell’acquisto. Il denaro deve essere reinvestito in maniera che renda frutti.

“Ciò che è veramente riprovevole dal punto di vista morale, è l’adagiarsi nella ricchezza colla sua conseguenza dell’ozio e degli appetiti carnali.” 

La perdita di tempo, ossia l’ozio, è la peggiore delle colpe per i calvinisti. Il lavoro (Beruf, parola tedesca dalla forte connotazione vocazionistica) è lo scopo della vita posto all’uomo da Dio e di conseguenza la scarsa voglia di lavorare è sintomo di dannazione. Si fa strada fra i riformati un’interpretazione in senso provvidenziale del guadagno e ciò conferisce all’uomo d’affari moderno un aura, oseremmo dire, di laica santità.

Gli eletti sono scelti dal Signore al momento della creazione e il loro destino non può essere da essi modificato. Ciò comporta un certo grado di solitudine del credente, che anziché indurlo al fatalismo o alla deprimente rassegnazione, lo sprona all’azione e all’innovazione. I fedeli sono invitati a impiegare le loro energie nel lavoro, giacché l’unico segno tangibile della loro ascrizione nell’arco degli eletti presso Dio, è il successo negli affari terreni. L’individuo non lavora bramando una vita lussuosa o un’ostentazione dei beni guadagnati, in quanto tutto ciò è categoricamente demonizzato dall’etica calvinista, lavora piuttosto per superare l’angoscia in cui lo mantiene l’incertezza della sua salvezza.

Il risultato della combinazione fra spinta all’impegno rigoroso nel lavoro e restrizioni dei consumi è la formazione del capitale attraverso la costrizione ascetica al risparmio. Il calvinismo esercita quindi un’influenza sullo spirito del capitalismo in quanto favorisce l’attitudine al calcolo razionale del profitto e contemporaneamente lo giustifica su un piano etico-morale.

Un’altra importante giustificazione ideale che l’etica protestante fornisce alla struttura socio-economica capitalista, è la lettura deterministica dell’appartenenza alle classi sociali. È sempre Dio ad assegnare una classe socio-economica di appartenenza ed è compito del credente rispettare tale posizione all’interno della gerarchia sociale. In che modo questa reificazione della classi è funzionale ad una maggiore stabilità della struttura capitalistica? Nella misura in cui il capitalismo ha bisogno di mantenere una certa iniquità dei rapporti economici per il funzionamento del mercato. Il buon andamento degli affari borghesi poggia sul lavoro proletario a basso prezzo e dunque un’etica che preveda la marmificazione dei rapporti tra classi non può che facilitare il processo economico.

Per avere successo negli affari l’imprenditore borghese ha anche bisogno di piena libertà; per questo motivo egli sente come oppressivo il controllo della Chiesa sulla vita degli individui, come fosse il controllo di un governo dittatoriale. La dottrina protestante, rifiutando la necessità dell’intermediazione del sacerdote tra i credenti e Dio, negando l’infallibilità papale e affermando la sufficienza delle Sacre Scritture, va inevitabilmente ad intaccare il potere e il controllo che la Chiesa è legittimata ad esercitare sui fedeli e ciò si sposa alla perfezione con il bisogno di maggiore libertà dell’imprenditore capitalista.

Ciò che emerge come tesi ultima che sottostà a tutte le argomentazioni finora analizzate, è l’affinità tra il fenomeno protestante e quello capitalista. Prima di definire però la natura di questo rapporto, Weber ci tiene a precisare:

“D’altra parte non si deve combattere per una tesi cosi pazzamente dottrinaria come sarebbe la seguente: che lo spirito capitalistico (sempre preso nel senso da noi provvisoriamente dato finora a questa parola) sia potuto sorgere solo come emanazione di determinate influenze della Riforma o che addirittura il capitalismo come sistema economico sia un prodotto della Riforma. Già il fatto che alcune importanti forme di aziende capitalistiche sono notoriamente assai più antiche della Riforma si oppone una volta per sempre ad una tale opinione. Ma si deve porre in chiaro soltanto se ed in quanto influenze religiose abbiano avuto parte nella formazione qualitativa e nella espansione quantitativa di quello “spirito” nel mondo e quali lati concreti della civiltà che posa su basi capitalistiche derivino da tali influenze.”

Weber nega categoricamente un rapporto di causalità meccanica tra l’etica protestante e lo spirito del capitalismo, egli semplicemente afferma l’esistenza di un’affinità fra i due fenomeni che ne aiuta la comprensione (Verständnis), rinunciando a darne una spiegazione esaustiva e definitiva.

Ciò che inoltre emerge dal frammento sopra riportato è la maturità intellettuale dell’autore, il quale, lungi dal cadere nell’evoluzionismo sociale di fine ‘800, dimostra di avere coscienza del fatto che l’evoluzione dei sistemi economici non può essere letta per mezzo del concetto di progresso univoco ed unilineare, che vedrebbe i popoli antichi alla base della linea di progresso e i popoli nord-europei ottocenteschi al suo culmine. Egli ammette che il capitalismo ha avuto diverse declinazioni, la sua storia è antica, il collocamento geografico non necessariamente eurocentrico e i suoi attori mutano e muteranno nel tempo. Si guarda bene dal dare giudizi di valore sulle popolazioni in base al grado di ricchezza o allo sviluppo dei loro sistemi produttivi e non riconduce alla “razza” o alla nazionalità le cause di un maggiore o minore progresso economico. Egli cerca di comprendere il fenomeno del capitalismo analizzando l’aspetto religioso, che altro non è che un sistema di valori ascrivibile nel grande concetto di cultura. Weber comprende quindi che le ragioni sottese al comportamento, alla maggiore disciplina o al maggiore senso del dovere di alcuni individui rispetto ad altri, va cercato nella dimensione culturale più che in quella naturale.

“L’appellarsi al carattere nazionale non è soltanto equivalente, in genere, ad una confessione di ignoranza; ma, nel caso nostro, per giunta, non regge affatto.” 

Qual è quindi l’attualità dell’opera di Weber?
L’attualità e la rilevanza dell’opera non risiedono nella sua tesi sostantiva ma nelle scelte metodologiche, scelte che hanno guidato le scienze sociali per un secolo. Innovativa è la decisione dell’autore di non limitarsi ad analizzare la struttura del sistema capitalistico, come prima di lui avevano fatto esaustivamente Adam Smith e Karl Marx, ma di prendere in considerazione gli attori che, per mezzo del loro agire, danno forma alla struttura. Weber indaga le basi culturali, sociali, istituzionali e le precondizioni storiche che spingono gli attori economici ad adottare determinati comportamenti e non altri. E poiché queste sono diverse nei diversi contesti, i comportamenti degli attori economici possono essere compresi solo con un’analisi comparata.

L’etica protestante e lo spirito del capitalismo ci indica oggi una via da seguire e un metodo da applicare per comprendere i grandi fenomeni del passato e del presente, scomponendoli nella loro complessità, e ci allontana dalla tentazione sempre attuale della spiegazione semplicistica e aprioristica.