Maschilismo all’italiana, un affaire di vecchia data

Il maschilismo all’Italiana vanta una grande carriera televisiva. Dalle professoresse dell’eredità alla gaffe di Amadeus, una storia di sessismo in diretta.

Una donna di cinquantasette anni, con una solida carriera da conduttrice alle spalle, siede alla conferenza stampa che precede la settantesima edizione del Festival di Sanremo circondata da cinque uomini. – Belli, tutti bellissimi – li presenta la sempre sicura conduttrice con un ghigno ammiccante. “C’è chi, come Tizio Caio, oltre ad essere ovviamente bellissimo, ha la capacità di stare insieme ad una grande donna facendo sempre un passo indietro”. Tizio caio sorride accondiscendente. Distopia? Fantascienza? Follia? Tutte le precedenti. Eppure, è sufficiente rovesciare la situazione, con un aitante Amadeus al centro e cinque donne sorridenti al suo fianco – tutte bellissime, sia chiaro – che tutto pare così scandalosamente familiare, italianissimo e, purtroppo, già visto. E infatti ce lo conferma lo stesso Amadeus, che nel raccontare ai poveri giornalisti come sia giunto alla scelta di queste – belle, bellissime – donne, chiama in causa il collega Fiorello, con il quale si è confrontato sulla qualità delle prescelte. “Miinchia, ma quelle due femmine sono spettacolari”. rassicura il conduttore catanese. E allora tutto pronto, diamo il via a una nuova, sensazionale, grandiosa edizione di Sanremo. Tutta “rosa” e rivolta al futuro, dove il tema dell’emancipazione delle donne – quella mai avvenuta semmai – è centrale.

Ma perché stupirsi? In fondo la RAI, la televisione nazionale, dagli italiani pagata e dagli italiani gestita, promotrice di cultura ed educatrice dai tempi dei tempi del nostro grande popolo, ci delizia ancora con le “professoresse” dell’eredità, il quiz a premi condotto da Flavio Insinna. In un’intervista per TV Sorrisi e canzoni, la neo-accreditata professoressa, detentrice della tanto agognata cattedra della prima serata di RAI 1 – si scherza, su, non fate le permalose – alla domanda “In cosa si sente un po’ prof?” risponde: “Nel sorriso, che viene sempre al primo posto. La cosa importante è che non ci prendiamo mai troppo sul serio”. Prendervi sul serio? Ma perché dovreste? In fondo non vogliamo mica che conduttori e telespettatori si vedano costretti a prendervi sul serio, smantellando la cattedra, per esempio. Ma l’intervista prosegue e non fa che peggiorare : “Per strada la riconoscono?” «Il nome non se lo ricordano però mi guardano e dicono: “Ma tu sei la riccia del Flavio?”

Se fossi in Vera, la professoressa intervistata, risponderei che non sono la riccia del Flavio, mi chiamo Vera Santagata e non sono del Flavio. Se fossi in Vera, ma non sono in Vera. Eppure Vera è stata campionessa italiana di ginnastica ritmica ed è ballerina professionista diplomata alla Royal Academy di Londra. Vera ha probabilmente creduto, e legittimamente, che ciò che avrebbe davvero svoltato la sua vita professionale ed economica, sarebbe stato quel provino per acquisire la cattedra dell’eredità, quel provino in cui le avranno chiesto di leggere, guardando in camera e in maniera sexy cortesemente, che la cicala di mare vive nelle acque dell’Atlantico di mare e ha antenne piatte e frastagliate – questo svilimento della cultura a puro aneddoto poi, causa di tanti mali, ma è un altro discorso. Vera ha ritenuto, appunto, che fosse l’occasione della sua vita, ed è salita sul carro.

Attenzione, Vera non è solo vittima della cultura maschilista di un popolo maschilista, con una televisione nazionale maschilista condotta da cinquantenni, spesso, maschilisti. Non è solo vittima di un paese che ostacola la carriera delle donne, spesso relegandole a ruoli marginali e meno retribuiti quando non denigratori e, invece proprio per questo, benissimo retribuiti. Lo è, questo è chiaro. Lo è, ed è gravissimo. Ma Vera è, al pari di migliaia di donne, nel nostro paese più che in altri, vittima e aguzzino. Trasmette, consapevolmente o meno, questo ha poca importanza, un ideale di donna “del Flavio”, di donna che non si prende sul serio e dunque non richiede di essere presa sul serio. E pertanto alimenta, essendo pur sempre vittima di qualcosa più grande di lei e più grande di me, lo ricordiamo, sogni ed ambizioni altamente dannosi per lo sviluppo sociale e culturale d’una società che si dice culturalmente progredita e che di progredito ha solo il suo velenoso, putrefatto, ripugnante maschilismo. È ora che l’accondiscendenza cessi, immediatamente.