Nottingham forest, quando l’eleganza si fa democratica

Il nottingham forest è un noto locale milanese che da anni si aggiudica un posto nella top 50 dei migliori cocktail bar a livello mondiale. Fila tutti i giorni per un tavolino, ambiente curato, personale impeccabile e posizione centrale: queste le premesse. E con queste premesse cosa ci si può aspettare se non prezzi esorbitanti, figli della Milano bene dai rolex sberluccicanti, dress code esigente e puff di velluto che trasudano snobismo? Probabilmente nient’altro ma ci si sbaglia di grosso.

Se infatti deciderai di andare a verificare cosa ci sia mai di così speciale in questo locale di fama mondiale, giunto a destinazione scorgerai un posticino dalla porta poco pretenziosa, legno liscio e aria di vecchia locanda inglese. Due simpatiche statue in veste di jazzisti neri dell’America anni ’30 posano immobili all’entrata, dalla quale, dopo pochi secondi un pacatissimo usciere vestito di tutto punto uscirà per informarti che per un tavolino c’è da attendere ancora qualche momento. Effettivamente, guardandoti intorno noterai che la fila c’è ma non vanta Rolex né borse di strano cuoio pregiato, o almeno non solo. È infatti composta da materiale umano estremamente vario: ragazzi con felponi e pantaloni larghi, liceali con minigonne audaci e capelli biondopacchiano, turiste coreane dal viso infantile, coppie giovani e meno giovani: insomma, pare che il Nottinhgham Forest sia proprio per tutti.
Niente dress code o prezzi proibitivi: ebbene sì, il costo di tutti i cocktail è omologato alla cifra di 10 ragionevolissimi euro, proprio come in tutti i beceri locali che elemosinano clienti in Corso Como sfoderando sorrisi finti e tentando di ammaliare con quel tunz tunz da emicrania sicura. Ma, cosa ancora più importante, niente distinzioni di trattamento da parte del personale nei confronti dei clienti. Il garbo con cui i camerieri porgono il menu agli avvocati in giacca e cravatta è lo stesso con cui poggiano il posacenere sul tavolino dei ragazzini dell’hinterland, nessuna preferenza verso i primi o snobismo nei confronti dei secondi: la stessa gentilezza, lo stesso rispetto.
Il locale, inutile dirlo, è meraviglioso. Non si riesce a stabilire con sicurezza se ci si sente catapultati in un villaggio africano o in un isola oceanica, in una locanda londinese o in jazz club americano. Gli oggetti, come usciti da una imbarcazione della compagnia delle Indie nell’ottocento, vengono infatti dai più reconditi angoli della terra ed è cosi che le maschere tribali, i teschi rituali e le bottiglie dei più pregiati superalcoholici convivono su uno sfondo di legno scuro, scaldato dalla luce delle colorate lampade sistemate un po’ ovunque. I cocktail, che nemmeno il tempo di sceglierli appariranno tempestivamente sul tavolo, sono creati con grandissima cura da barmen dalla rara maestria. La presentazione è impeccabile, il sapore ancora meglio. Ma andando oltre ai cocktail, che paiono a questo punto solo un di più, ci si ritrova a riflettere su questo modo di porsi, sulla scelta ormai spiazzante nella Milano delle terrazze esclusive, di rendere l’eleganza e la bellezza dell’esperienza una cosa per tutti.

Ricordo un giorno in cui uscita da teatro sul tardi e solleticata dalla fame, mi sono fiondata al Mac Donald’s di Piazza Duomo in chiusura imminente. Gli inservienti presi dalle pulizie chiacchieravano tra di loro.
-Ma voi ci siete stati in quella terrazza là, quella sopra la galleria, dove si fa l’aperitivo?- dice una, indicando fuori dalla porta vetrata del locale. I suoi compagni ridono, di una risata amara. -Ti pare? Quella roba è da ricchi, io i vestiti eleganti non ce li ho, se vai così ti guardano male-.

Sono uscita da quel posto con una fastidiosa tristezza addosso. Cosa succederà mai in quella terrazza, da far pensare a chi la vede, ogni giorno andando al lavoro, sul lavoro, dopo il lavoro, di non essere adatto a goderne?
Dopo qualche ricerca sui prezzi, i quali si aggirano sui 15 euro per uno Spritz, che è molto senza dubbio, ma comunque ancora non abbastanza per essere intransigente filtro sociale, sono entrata nel buco nero delle recensioni. Centinaia, per un posto così. Viene esaltata da quasi tutti i recensori la vista scenica sulla cattedrale, ma sul servizio e la qualità dei cocktail leggo molte critiche.
Il commento che più mi colpisce recita: “Pessimo, da evitare oppure per farci un selfie e dire io ci sono stato”. Una volta superata la barriera sintattica, si comprende cosa sia realmente importante in un posto del genere: il giocare a essere qualcuno, il dimostrare qualcosa agli altri prima ancora che a se stessi. L’importante è esserci stati e aver documentato il tutto con un selfie dal quale emergano sorrisi a 34 denti, parentesi fittizia che si inserisce tra la lamentela per il troppo rumore, i tavolini addossati l’uno all’altro e le pizzette del giorno prima.
Insomma l’esperienza non è ciò che conta, ma conta credere, o far credere, che l’esperienza sia esclusiva, esclusiva nel senso che esclude, appunto. Esclude chi a quel gioco di apparenze di cui sopra, non pensa nemmeno di poter giocare, esclude chi non ha la divisa giusta, le scarpe adatte o la voglia di fingere.
Vorrei dire agli esclusi che la divisa giusta non la dovete comprare, per andare al Nottingham forest.