Perché a vent’anni è tutto chi lo sa

Ho ventun’anni da quasi un anno. Mi sento spesso dire che sono più matura della mia età, come se ad ogni età si fosse maturi ad un certo grado, come se dovessi essere matura 20 e fossi matura 32, nella scala a me ignota della maturità. Mi viene suggerito di vivere con maggiore leggerezza. Di non pensare troppo, di non esagerare con le letture, di prendere le cose un po’ come vengono, perché -sei giovane, pensa a divertirti-.

Mi si chiede, al contempo, di avere le idee ben chiare, la presa salda sul futuro, il curriculum ricco, i progetti certi. Mi si chiede di studiare ma non solo. Di lavorare ma non solo. Di parlare l’inglese ma non solo. Di essere colta ma non solo. Di sapermi vendere ma non solo. Di essere carina ma non solo.

Io rispondo, a queste richieste, con una sofferenza adolescenziale. La sofferenza capricciosa di chi si ripiega su se stesso in un angolo del letto.
Non soffro in questo modo perché mi si chiede di avere uno scopo ed io non ne scorga alcuno, non quindi per nichilismo. Soffro piuttosto perché di tale portata è lo scopo verso il quale tende la mia volontà, da sovrastarmi, il percorso incerto per raggiungerlo, in alcuni periodi, quasi totalmente.

Non credo che sia necessario avere le idee chiare, a ventun anni. Non credo nemmeno che si debba aver compreso quale delle molte strade percorribili sia quella giusta. Dirò di più: la stessa metafora della strada mi pare limitante. “Non riesce a trovare la sua strada”, “Ha finalmente trovato la strada giusta”. Penso che, qualsiasi sia lo scopo, il sogno, l’ambizione, a cui tenda un essere umano, non esista mai la strada giusta per raggiungerlo. E questo non lo affermo per eccesso di relativismo, ma perché sono convinta che presupporre l’esistenza di una sola strada giusta sia un peso troppo gravoso per le spalle di chiunque. Presupporre l’esistenza di una sola strada giusta significa presupporre l’esistenza di milioni di strade sbagliate, significa segnare ogni esperienza di vita necessariamente come un fallimento o un successo, come una strada sbagliata o una strada giusta, ed è un modo un po’ troppo americano di vedere le cose. Dico americano perché credo siano americani i maggiori scrittori di manuali che ti spiegano come essere felice, bello e di successo in dieci semplici mosse. Ti mostrano la strada, gli americani.

Beh, strade americane a parte, ricordo che un giorno, ad una conferenza di antropologia, un signore sui settantacinque anni prese la parola per fare, al professore che teneva la conferenza, una di quelle domande che non sono mai domande ma racconti autoreferenziali interminabili e perlopiù inutili al dibattito. L’intervento, in breve, voleva essere un’aspra requisitoria contro i giovani d’oggi e la debolezza d’animo che, a suo dire, li contraddistingue. (E qui, ghignante, ricordo le parole di Umberto Galimberti, che, dovendo spiegare perché i vecchi rimproverino i giovani tirando in mezzo i valori, disse che spesso si trattava di un rimpianto della loro gioventù e della loro sessualità perdute).
Il vecchio signore argomentava facendo riferimento alle difficoltà che la sua generazione aveva affrontato. Il servizio militare, la povertà, i sacrifici… Il professore l’aveva interrotto, riprendendo possesso del microfono, e gli aveva detto di essere stato molto presuntuoso.
“I giovani d’oggi, signore, sicuramente non cammineranno mai sui carboni ardenti, come lei sostiene di aver fatto. La perdita di riferimenti che sua nipote si trova a dover affrontare, però, può essere psicologicamente molto più provante dei suoi carboni ardenti. La concorrenza sempre maggiore, la mancanza di sicurezze, l’estensione dei confini culturali, la sovrabbondanza di mezzi a disposizione, la scomparsa dei riti di iniziazione all’età adulta, la sempre maggiore precarietà dei legami affettivi, lavorativi ed economici, possono essere tanto dure da sopportare, quanto il suo servizio militare. Né piu né meno, ma in modo diverso, in un modo che forse Lei non comprende ma sui cui La invito a riflettere.”

Io, a questo professore, dovevo già molto prima di questa conferenza. Penso però che questo intervento, questo suo riconoscere con umiltà il mio – il nostro – particolare tipo di smarrimento, senza necessariamente aver bisogno di provarlo sulla sua pelle, sia segno d’una bellissima forma d’attenzione. In fondo la parola attenzione, viene da attendere, che a sua volta è tendere verso, volgere l’animo a qualcosa.
E penso che giovi, a vent’anni, o ventuno che siano, sentire che qualcuno perlomeno tende verso di noi, con l’animo, e quindi con l’attenzione. Perché compiacersi dello smarrimento non serve a nulla, ma che ci sia riconosciuta la difficoltà ci fa forse sentire un po’ meglio, un po’ piu forti nella ricerca di una delle tante strade giuste.

Perché a vent’anni è tutto ancora intero
perché a vent’anni è tutto chi lo sa
a vent’anni si è stupidi davvero
quante balle si ha in testa a quell’eta’

Ringrazio anche Guccini per l’attenzione.

(L’illustrazione fighissima è di Emma Allegretti. Non so mettere le didascalie)