Quanto ci costa il femminismo pop?

Il femminismo pop poggia sempre più su dinamiche individualiste funzionali alla commercializzazione di un’ideologica sbiadita. Qual è il prezzo da pagare?

C’è stato un tempo in cui il movimento femminista credeva nella solidarietà sociale, nell’interdipendenza e nell’interclassismo. C’è stato un tempo in cui la lotta femminista era una componente della lotta sociale più in generale, e si opponeva ad ogni forma di discriminazione, oppressione e disuguaglianza.
Ora, invece, è tempo di chiedersi se quell’epoca sia finita e perché.
Del femminismo di quarta ondata, o femminismo pop, si è già parlato ampiamente. Ciò che forse non si è messo in evidenza è il suo rapporto con il capitalismo neoliberista e le sue dinamiche individualiste.

Da giovane donna fruitrice del web ho assistito, negli ultimi anni, alla travolgente ondata di femminismo a misura di post, agli slogan da hashtag, al proliferare di campagne di marketing delle grandi multinazionali del fashion sempre più improntate sull’empowerment femminile. La cosa che salta all’occhio se si incrociano tutti questi fenomeni, è la rivalutazione di personaggi che fino a dieci anni fa erano considerati niente più che donne di spettacolo e oggi vengono invece assurte al ruolo di icone femministe. Questo fenomeno porta con sé tutta una serie di cambiamenti all’interno del movimento femminista e non è difficile accorgersi di come quest’ultimo, nella sua forma più accattivante e modaiola, sia diventato l’accessorio ideologico perfetto per vendere.  Ma cosa affascina le giovani donne col santino di Beyoncé nel portafogli?
Andiamo con ordine.

RIHANNA, BEYONCÉ E ARIANA GRANDE: FEMMINISMO CONTRADDITTORIO

Era il 2008 e Rihanna cantava “Don’t stop the music”. Una me undicenne si divertiva a creare orribili coreografie con le sue amiche durante l’intervallo. Dopo dieci anni qualcosa è cambiato e senza nemmeno accorgercene, le donne che prima ammiravamo per la loro voce potente e la loro incredibile presenza scenica e che goffamente cercavamo di imitare, sono diventate delle vere e proprie icone, le cui battaglie, a volte contraddittorie, meritano di essere approfondite.

I meriti di Rihanna più celebrati dai magazine femminili consistono nell’aver indossato un velo di Swarovski alla cerimonia dei CFDA Fashion Awards che lasciava trasparire le sue forme in contrasto – ma nemmeno troppo – con le misure della Barbie, e nell’aver indossato l’ormai celebre maglietta “We should all be feminist” marchiata Dior.
Rihanna, inoltre, è la fondatrice dell’azienda di cosmetici Fenty Beauty, che vanta 50 tonalità di fondotinta, guadagnandosi così la fama di brand inclusivo, adatto ad ogni colore di pelle. Nel primo anno sul mercato Fenty Beauty ha fatturato 500 milioni di dollari e oggi, a due anni dal lancio, il brand ha un valore che si aggira sui tre miliardi. È stato recentemente acquistato dalla multinazionale LMVH, proprietaria di aziende di alta moda quali Louis Vuitton, Dior, Prada, solo per citarne alcune. Il body-positive e la lotta agli stereotipi sono quindi diventati un affare multimilionario. Ma qual è il prezzo da pagare?

Potremmo chiederlo a Beyoncé, anche lei alle prese con una linea di moda, Ivy Park, il cui slogan recita “Celebrate every woman”. Peccato per lo scandalo scoppiato nel 2016, quando il quotidiano inglese The Sun portò alla luce le condizioni lavorative delle donne cingalesi che realizzavano i leggings venduti a circa 70 euro della linea della pop star: una retribuzione di 60 centesimi all’ora, un minimo di dieci ore lavorative al giorno e il divieto di aderire ai sindacati. Ma niente paura, dicono che basti gridare tutte insieme “Who run the world? Girls” e passi l’imbarazzo.

Femminismo pop
Ariana Grande nel video di 7 Rings

Cosa dire invece di Ariana Grande? La giovane icona femminista delle adolescenti esce a gennaio 2019 con il suo nuovo singolo 7 rings che subito viene definito da diversi magazine pop-femministi l’inno delle donne indipendenti.  Nel pezzo, la giovane cantante esalta la sua ricchezza intonando ripetutamente “Lo vedo, mi piace, lo voglio, lo ottengo”, per concludere cantando: “Chiunque abbia detto che i soldi non possono risolvere i tuoi problemi, di sicuro non aveva abbastanza soldi per risolverli”. Si potrebbe trattare di una semplice appropriazione del linguaggio tipico del rap, che tradizionalmente tende all’ostentazione della ricchezza. Perché vederci però un messaggio femminista? Pare che l’oppressione economica sia ancora la più sentita dalle donne, se basta un “Indosso un anello, ma non sarò una signora” per scomodare il femminismo.

EMANCIPAZIONE ECONOMICA: UNA BATTAGLIA IMPORTANTE MA NON SUFFICIENTE

La verità è che non c’è, in questo fenomeno, una reale contraddizione tra l’intento dei brand o delle pop-star di usare l’ideologia femminista – seppure edulcorata – a scopi di lucro e ciò che le ragazze target delle campagne di marketing vogliono. Se è vero infatti che comprando i leggings della linea di abbigliamento di Beyoncé o ascoltando in streaming l’ultimo singolo di Ariana Grande, le giovani femministe della nuova ondata contribuiscono all’arricchimento delle donne che stimano in quanto donne di successo, è anche vero che è proprio alla loro categoria di successo che desiderano aderire: il successo economico.

Sia chiaro: il tema dell’emancipazione economica delle donne è stato ed è tuttora uno dei pilastri delle rivendicazioni femministe, ma può diventarne la colonna portante solo dopo una imbarazzante semplificazione, o una attenta mistificazione. Nessuno vuole negare, come scriveva Virginia Woolf nel 1929, che “Una donna deve avere soldi e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi” – o realizzarsi professionalmente in qualsiasi altro campo – ma è importante ricordare che l’oppressione di genere è stata e rimane l’espressione particolare di un’oppressione più ampia.

Viviamo in un’epoca in cui un numero sempre maggiore di donne eccellono nei campi più disparati – cultura, scienza, politica, sport – ma il modello più efficace sembra essere quello della donna che canta di quanto sia incredibilmente figo poter comprare i diamanti alle sue amiche o quella che ci vende leggings femministi calpestando i diritti sociali di centinaia di donne cingalesi.

I femminismi del secolo scorso si battevano perché a donne e uomini venissero finalmente riconosciute pari dignità e diritti. La parità è ancora lontana, ma in qualcosa ci stiamo avvicinando agli uomini: la ricchezza sta diventando un’ossessione. Del resto, il luogo comune vuole che un uomo di successo sia un uomo ricco.
Finiremo anche noi a sperare che Marco Montemagno ci insegni qualche semplice mossa per creare un’impresa di successo? O sarà Chiara Ferragni ad indicarci la via? Io credo che possiamo fare di meglio.