Smart working: il pericolo più grande è la sorveglianza illimitata

Per capire il fenomeno alla base della sorveglianza ai tempi dello Smart Working, è utile tornare indietro al 1936, anno in cui usciva nelle sale cinematografiche il film Tempi Moderni di Charlie Chaplin. Nella pellicola, ambientata in una grande fabbrica statunitense ai tempi del fordismo, Chaplin mette in scena l’alienante lavoro degli operai alle prese con una catena di montaggio dai ritmi disumani, che richiede ai lavoratori gesti serrati e ripetitivi senza alcun margine di errore o distrazione, ancor meno di creatività o iniziativa individuale. Una delle scene più brillanti del film, presenta il proprietario della fabbrica che, dalla sua postazione di comando, controlla l’operato dei lavoratori tramite le immagini video che appaiono su uno schermo. Per mezzo di un altoparlante, il presidente ordina ai sorveglianti di richiamare gli operai più lenti incitandoli a velocizzare il lavoro per non compromettere la produttività dell’intera catena di montaggio. Quando Charlot si allontana per un momento dalla catena di montaggio e si ritira in bagno per fumare una sigaretta, sulla parete del bagno appare l’immagine proiettata del proprietario della fabbrica, il quale, sorvegliando ogni minimo movimento degli operai, si è subito accorto dell’illecita pausa di Charlot e lo riprende gridando: “Hey smetti di oziare e torna al lavoro! Muoviti!”.

Con Tempi Moderni Chaplin denuncia la costante, pervasiva e opprimente sorveglianza a cui i lavoratori erano sottoposti sul posto di lavoro. Nonostante le modalità di lavoro siano cambiate sensibilmente nei quasi novant’anni che ci separano dalla pellicola, il tema della sorveglianza in nome della produttività e del profitto, continua ad essere centrale.

La retorica  quasi unanimemente positiva che ha accompagnato l’aumento esponenziale dei lavoratori in Smart Working negli ultimi mesi ignora i pericoli che si nascondono dietro ad una modalità di lavoro dove la sorveglianza illimitata da parte delle aziende sui propri dipendenti rischia di venire normalizzata.
Quando a causa dell’emergenza sanitaria milioni di lavoratori hanno trasformato un angolo delle loro case nel proprio ufficio, molti hanno immaginato di poter disporre del proprio tempo in maniera più elastica. Lo Smart Working potrebbe effettivamente sembrare una modalità di lavoro in cui il controllo da parte dell’azienda sul lavoratore non è cosi pressante come in ufficio, ma è bastato che tutti i lavoratori di alcune grandi aziende statunitensi iniziassero a lavorare da casa perché i piani alti si ingegnassero per mettere a punto metodi di sorveglianza invasivi, costanti e pressoché illimitati. Il lockdown è diventato presto la scusa perfetta per la messa in atto di una sorta di Grande Fratello del lavoro senza precedenti.

Sneek, uno degli strumenti implementati da molte aziende americane, è un servizio che permette ai datori di lavoro di avere costantemente a disposizione le immagini delle webcam dei computer degli impiegati. Il cosiddetto wall of faces, rimane acceso per tutta la giornata lavorativa in Smart Working e inevitabilmente monitora anche tutti i brevi momenti di pausa o “svago”. Il cofondatore di Sneek, Del Currie, in un’intervista rilasciata a Business Insider, ha affermato: “Abbiamo lavorato da casa per più di 10 anni e una delle cose più grandi che inizia a insinuarsi è quel senso di isolamento che influisce sulla salute mentale delle persone. Avere la possibilità di guardare lo schermo e vedere i tuoi colleghi, può fare la differenza. Il fine di Sneek non è la sorveglianza, ma l’office culture.”

In effetti, aprendo il sito web di Sneek, lo slogan recita: “Human contact for remote teams”.  

Se il fine fosse di Sneek fosse davvero quello di ricreare un ambiente di lavoro condiviso risarcendo i lavoratori del contatto umano messo in standby dal lockdown, non si spiega perché lo strumento permetta di scattare degli screenshot del desktop dei lavoratori, con una frequenza che va da uno a cinque minuti. Currie, arrampicandosi non poco sugli specchi, sostiene che gli screenshot abbiano il fine di avvicinare i team ancora di più. Agli scettici il fondatore dell’azienda risponde affermando che un sistema del genere è più umano rispetto alle e-mail e agli altri metodi di controllo sulla produttività dei lavoratori. “Le email o i messaggi su Slack sono probabilmente più invasive rispetto ad uno screenshot di tanto in tanto, davvero.” Davvero? Parliamone.

Se una persona, durante l’orario di lavoro, controlla Twitter o accede ad uno store online per ordinare la spesa o ancora apre WhatsApp per scrivere un messaggio personale, è molto probabile che il datore di lavoro ne venga a conoscenza, con tanto di screenshot a documentarlo. Chi non ha mai interrotto il proprio lavoro per mandare un messaggio personale scagli la prima pietra, verrebbe da dire. Eppure, azioni che verrebbero considerate normali in ufficio – certo, nei limiti del buon senso – incidono fortemente sulla vita dei lavoratori in tempi di Smart Working. Infatti, uno dei fini di questi strumenti di sorveglianza – anche se ai creatori piace definirli “strumenti per mantenere il contatto umano” – è quello di quantificare la produttività di ogni lavoratore.

InterGuard, ad esempio, un altro degli strumenti di controllo che hanno avuto un boom di utilizzo negli ultimi mesi, può essere installato in modo nascosto sui computer dei lavoratori e monitora minuto per minuto ogni app e sito web a cui questi accedono, per poi classificare ognuno di essi come “produttivo” o “improduttivo”.  Da questo calcolo, ogni lavoratore ottiene un “punteggio di produttività”. Addirittura, il sistema notifica i responsabili se il lavoratore commette azioni considerate sospette. Se, per esempio, un lavoratore digita troppo frequentemente le parole “job” o “client”, il sistema è stato programmato per “sospettare” che il lavoratore stia cercando un altro lavoro. InterGuard monitora inoltre le e-mail ed i messaggi inviati dai dipendenti e dà la possibilità di scattare screenshot dei loro schermi ogni 5 secondi, a cui i manager possono accedere senza limiti. Con il pretesto della produttività, le aziende hanno accesso a una sorta di film di ciò che il lavoratore ha fatto durante il giorno: un ottimo soggetto per un episodio di Black Mirror, non fosse per il fatto che non si tratta di un futuro distopico ma della reale condizione di centinaia di migliaia di lavoratori.

L’amministratore delegato della società madre del sistema, Brand Miller ha affermato che centinaia di aziende a settimana, il triplo rispetto ai tempi pre-covid, stanno iniziando ad utilizzare questi strumenti di sorveglianza e ha definito “finanziariamente irresponsabile” da parte delle aziende non tenere d’occhio il lavoro quotidiano dei loro dipendenti.

La posizione di Miller reggerebbe solo se questi strumenti di sorveglianza tenessero fede all’intenzione dichiarata di ricreare l’ambiente lavorativo dell’ufficio in un momento in cui gli uffici sono inaccessibili per cause di forza maggiore. Un controllo legittimo e “responsabile”, quindi, è tale solo finché la sorveglianza operata da remoto corrisponde, in termini di invasività, a quella operata in ufficio. Le applicazioni per le videoconferenze come Zoom e gli strumenti di messaggistica come Slack sono strumenti che permettono effettivamente di sopperire agli scambi che in ufficio avverrebbero verbalmente, tanto sotto forma di riunione quanto di semplice confronto informale fra colleghi. È chiaro, infatti, che un certo grado di controllo sul lavoro degli impiegati sia necessario per il buon andamento di un’azienda, ma una sorveglianza illimitata sui lavoratori, che va ben oltre la verifica degli obbiettivi raggiunti, come quella offerta da strumenti come Sneek e Interguard, non ha più niente a che vedere con la office culture e non fa che minare il rapporto di fiducia su cui si presuppone sia basata la relazione tra datore di lavoro e lavoratore. Se non ti puoi fidare di un dipendente quando lavora da casa, molto probabilmente non lo puoi fare nemmeno quando lavora in ufficio. 

“I manager si sentono completamente autorizzati a sapere cosa stanno facendo i loro lavoratori” prosegue Miller. In effetti, le aziende americane che sorvegliano i lavoratori lo fanno per un motivo molto semplice: perché possono. 

Uno studio del 2018 ha concluso che, nonostante negli Stati Uniti esistano delle leggi che regolano la sorveglianza dei datori di lavoro sugli impiegati, nella pratica queste leggi non vengono rispettate e chi le infrange non subisce alcuna conseguenza. Nonostante il diritto alla privacy non possa essere considerato un bene economico a cui rinunciare in cambio di un’opportunità lavorativa, nella pratica sono molti i lavoratori che pur di non perdere il posto di lavoro accettano di essere sorvegliati ben oltre i limiti concessi dalla legge, soprattutto in un contesto lavorativo così precario come quello statunitense, dove, durante l’emergenza causata dal Coronavirus, più di quaranta milioni di persone hanno perso il lavoro.

Il motivo per cui la sorveglianza illimitata legata allo Smart Working dovrebbe allarmarci, non sta solo nell’inevitabile violazione della privacy che presuppone, ma anche e soprattutto nella tendenza sempre più diffusa a considerare i lavoratori alla stregua di proprietà delle aziende. Il lavoro, che in termini generali dovrebbe essere il mezzo tramite cui gli individui traggono il denaro necessario a vivere e, nel migliore dei casi, da cui traggono anche una certa soddisfazione personale, viene considerato uno strumento che legittima il possesso dei lavoratori stessi da parte delle aziende, in un ritorno anacronistico alla figura onnipresente e onnipotente dell’imprenditore/proprietario di Tempi moderni di Charlie Chaplin.

Per quanto riguarda il lavoratore in Smart Working, invece, privato della sua privacy e della libertà di agire e indotto a produrre sempre di più in una concorrenza costante con sé stesso e con gli altri, assomiglia sempre di più ad una macchina programmata per aumentare costantemente gli introiti aziendali. Un dipendente costantemente sorvegliato cessa presto di essere una persona il cui tempo e le cui capacità creano valore aggiunto non sempre quantificabile sul breve periodo, diventando sempre più simile al computer che lo controlla: programmato per produrre costantemente, senza margine di errore e senza nemmeno il tempo per un caffè in santa pace. Se, come scrive il filosofo Umberto Galimberti: “la tecnica è il luogo della razionalità assoluta, in cui non c’è spazio per le passioni o le pulsioni”, la tendenza alla sorveglianza illimitata è il luogo del profitto a tutti i costi, in cui non c’è spazio nemmeno per respirare senza essere ripresi. Siamo sicuri che sia la strada giusta?