Un amore

“All’improvviso non ci sarà più niente di falso, di taciuto, di nascosto, di vile, di meschino. Le braccia tenute su come due piccole ali ripiegate, i fianchi ondulanti nello scatto del saltello, la faccia chiusa in un sorriso immobile che non è più suo ma della musica stessa, ingenuo pensiero di cose belle, orgoglio di sé, provocazione, offerta. Nel moto che la porta avanti e subito si ritrae, buttava indietro la testa in gesto di abbandono quasi di fronte a lei ci fosse un altare, un dio, la vita.”

Così descrive Dino Buzzati la danza di Laide, al suono del “cha cha cha più bello che esiste”, nel romanzo “Un amore” pubblicato per Mondadori nel 1963.

Ad osservarla estasiato è Antonio Dorigo, architetto di 49 anni, borghese in una Milano in pieno boom economico. Antonio è un uomo incapace di sane relazioni con le donne, è goffo e timido.

“La donna, forse a motivo dell’educazione familiare, gli era parsa sempre una creatura straniera, con una donna non era mai riuscito ad avere la confidenza che aveva con gli amici. La donna era sempre per lui la creatura di un altro mondo, vagamente superiore e indecifrabile.”

L’architetto è dunque solito recarsi con una certa frequenza alla casa d’appuntamenti della signora Ermelina, ruffiana per la quale lavora Adelaide Anfossi, detta Laide.
Della Laide Antonio si innamora subito. Lei, ragazza ad ore, giovanissima, dalla corporatura esile e il seno piccolo, strafottente, orgogliosa, così bambina nei suoi capricci e nei suoi raggiri ingiusti, nel suo esistere giocando…

“Lei poi in letto molto più allegra e vivace del solito, mica che l’atto carnale con Antonio le procurasse molto piacere anzi è chiaro che non gliene frega niente, ma il letto forse diventa per lei come un grande giocattolo sul quale è cosi divertente rotolarsi, fare scherzetti, infilarsi sotto le coperte e nascondersi (per i bambini il sottocoperta del letto non rappresenta forse un fondo misterioso e affascinante, una caverna immensa dove non si sa che cosa ci sia e che non si osa esplorare fino in fondo per la paura di restare intrappolati e mentre si avanza strisciando nell’antro nero con la coda dell’occhio si controlla che alle spalle le coperte non chiudano completamente la luce ma resti uno spiraglio, un buco, una fessura luminosa che garantisca lo scampo nell’eventualità di un improvviso pericolo?)”

 

… così donna nel suo farsi strada nella vita con destrezza, la Laide è ragazza squillo per scelta, tuttavia pare esserlo in modo contraddittorio, quasi dissociato. Dimostra infatti un manifesto disprezzo per certe sue colleghe che si concedono al primo che capita, si sente indiscutibilmente diversa; è in effetti sempre molto preoccupata per le apparenze – chiama Antonio “zio” perché non vuole che si sospetti la vera natura del loro rapporto-.  È smisuratamente affascinata dal mondo borghese e dal denaro che finisce sempre inspiegabilmente troppo presto. Rappresenta la sua classe di appartenenza suo malgrado: il popolo, i vicoli in cui scoppietta vitale la moltitudine sghemba. E forse proprio per questo Dorigo ne è affascinato, come se attraverso questa ragazzina nemmeno poi così bella, lui potesse assaporare una vita che ha sempre spiato dall’alto della sua posizione sociale, un mondo fatto di vizi e di piaceri carnali, di risate smodate e grezzi locali notturni. Un mondo vero:

 “Lui la amava per se stessa, per quello che rappresentava di femmina, di capriccio, di giovinezza, di genuino popolana, di malizia, di inverecondia, di sfrontatezza, di libertà, di mistero. Era il simbolo di un mondo plebeo, notturno, gaio, vizioso, scelleratamente intrepido e sicuro di sé che fermentava di insaziabile vita intorno alla noia e alla rispettabilità dei borghesi. Era ignoto, l’avventura, il fiore dell’antica città spuntato nel cortile di una vecchia casa malfamata fra i ricordi, le leggende, le miserie, i peccati, le ombre e i segreti di Milano. E benché molti ci avessero camminato sopra, era ancora fresco, gentile e profumato. Gli basterebbe – pensava – che la Laide diventasse un poco sua, vivesse un poco per lui.”

Ma la Laide non vive per lui. Accetta di dedicargli del tempo in cambio di un’entrata fissa che lui stesso le offre, così bisognoso del suo tempo, della sua presenza. Dilaniato dall’ossessione per questa maschietta, Dorigo non riesce più a lavorare, a frequentare gli amici, i parenti , non riesce piu nemmeno a pensare ad altro se non a lei, al suo costante prendersi gioco di lui, calpestargli la dignità, renderlo zerbino su cui pulire le scarpe da ballo. Perché effettivamente la Laide lo usa in ogni modo possibile, lo bacchetta, lo comanda, lo manipola e lui subisce.
Sicuramente non lo ama e non può farlo: non tanto per ciò che Antonio è, bensì per ciò che lui l’ha costretta ad essere: null’altro che una prostituta, senza speranza di redenzione.
In uno dei momenti decisivi per la trama del romanzo, Dorigo si trova a casa di Laide e aspetta inutilmente il ritorno della ragazza. Rovistando fra le sue cose trova una scatola in fondo all’armadio, contenente decine di lettere. Apre una lettera inconclusa, indirizzata ad un uomo che non è lui, ma nel quale il lettore potrà riconoscere Dorigo:

“Sì […] tu mi portavi a pranzo e in gita. […] Tu mi trattavi sempre come si trattano le puttane.”

Antonio rappresenta dunque i pregiudizi e l’ipocrisia della borghesia che ammette l’amore solo se sancito da un matrimonio tra eguali. Non ha mai preso in considerazione l’idea di sposarla, mai ha pensato di presentarla alla madre, con la quale ancora vive, o agli amici. Intriso di morale cattolica, bigotto come gli uomini e le donne di cui si circonda, Dorigo si vergogna di quell’amore sbagliato, sporco, e la Laide lo sa.  Di un amore così la ragazza non ne vuole sentir parlare, ancora così giovane e sognante il riscatto sociale ed emotivo, e da lì i raggiri, le menzogne, le umiliazioni e le vendette.
Dorigo si lascia trasportare inerme in questo flusso ossessivo in cui lui, il maschio adulto e ricco, non ha alcun potere o vigore. Nulla lo tranquillizza, nemmeno più la presenza di lei; la vita grava su di lui come un macigno e lui non fa che dimenarsi ferendosi ad ogni movimento. Quando decide che ormai è troppo, il sollievo e l’euforia della liberazione durano ben poco; senza la Laide la vita è vuoto ed incompiutezza.  Milano non è più la rassicurante città borghese nella quale sguazzava senza indugi, pare piuttosto una labirintica città-inferno, fatta di vicoli bui e solitudini come la sua.

“L’angoscia è un’onda nera che lo solleva e lo sprofonda a singhiozzi, dove è lei in questo momento? […] Mai è stato così nero, così immobile, inutile, taciturno, morto.”

Il dolore aumenta con il passare del tempo e ciò lo spinge a cercare qualche contatto, sperando di essere rassicurato. Si reca dalla Piera, amica e collega della Laide, che svela all’architetto con brutale schiettezza oscuri particolari della vita della Laide, veri o ingigantiti, volti a smuovere la coscienza dell’uomo.  Quando Dorigo si mostra scandalizzato e schifato dai dettagli raccontati dalla Piera, lei ribatte:

“Ma tu pensi di essere meglio di lei?”

E ancora:

“Qui ti volevo, caro il mio signore di buona famiglia. Un borghese, sei, ecco la questione, schifosamente borghese, con la testa piena di pregiudizi borghesi, orgoglioso della tua rispettabilità […]. Ci considerate di una razza inferiore, voi borghesi, anche se di noi avete bisogno, anche quando ci strisciate ai piedi. E tu lo chiami amore questo? La posizione sociale, la stima del mondo, la dignità, il prestigio familiare, bella roba, chi ci ha fatto come siamo? Io ci sputo sopra alla vostra dignità.”

Ecco la verità dura e brutale, l’unica capace di strappare il velo di ipocrisia che separava Antonio dalla consapevolezza. E così decide di chiamare Laide, che poco dopo gli si presenta sciupata, dimagrita, pronta ad offrirgli finalmente la sua persona. La loro storia si conclude – o inizia – a letto, un letto in cui lei le confessa di aspettare un figlio da lui. E tutto ricomincia puro, limpido, lei dorme fra le lenzuola come una moglie senza peccato. E lui respira.

Un amore è un romanzo tragico, psicologico nel senso più morboso del termine. Il lettore non ha pace, così come non ne ha l’io narrante, se non forse alla fine, in cui tutto sembra trovare un suo sano equilibrio, una rassicurante e tranquilla banalità. Anche Laide, la bambina/donna sempre così irrequieta pare svelare il suo vero anelito:

“In lei stavano nel fondo dell’animo i desideri per le gioie semplici ed eterne, domestiche, rassicuranti, banali forse, che sono il sale della terra.”

Questo libro mi ha fatto un gran bene. Quasi di fronte a me ci fosse un altare, un dio, la vita.