Università di Verona contro il congresso delle famiglie: dell’utilità di studiare

Lezione di Filosofia politica, Università statale di Milano.

Uno studente chiede al professore quale sia l’utilità di studiare i classici del pensiero politico, di  interrogarsi sulla costituzione migliore, di ragionare sulle discontinuità del nostro tempo, se proprio questo tempo in cui ci è dato vivere vede un incredibile degrado della discussione politica e l’interesse alla cosa pubblica, quello sincero ed intellettualmente onesto, pare essere ormai raro.

La risposta che avrei dato io in quel momento era più o meno questa: se l’unica alternativa è la rassegnazione, allora tutto è preferibile. Non era certo una conclusione soddisfacente. Fortunatamente una risposta migliore mi è giunta mentre, bevendo il primo caffè della giornata, leggevo un articolo del giornale online Open.

Si dava la seguente notizia: L’ università di Verona ha preso le distanze dall’evento pro-family di fine marzo. Più di un centinaio di professori hanno criticato le posizioni anti-scientifiche dei relatori del congresso.

Riccardo Panattoni, direttore del Dipartimento di Scienze umanistiche, intervistato dal quotidiano, racconta di come i professori dell’Ateneo abbiano ritenuto opportuno prendere le distanze dall’evento, ribadendo che “le prove portate dai relatori a sostegno delle loro tesi sono state ampiamente smentite e sono state considerate inapplicabili.” 

E ancora “Se in questa città c’è un’università, l’università si deve fare garante di segnalare qual è la posizione scientifica effettiva su questi temi, senza entrare in nessuna polemica, né ideologica e né politica, sul ruolo che deve avere il sapere: il sapere è depositato nei luoghi dove la ricerca si svolge».  

Se dunque il collega che ha posto la domanda al professore chiedeva inconsapevolmente a nome di tutti i presenti in aula, che senso avesse studiare in un momento nel quale prevalgono correnti anti-scientifiche, movimenti populisti, retoriche demagogiche e negazionismi, la tesi che mi sento di suggerire è la seguente: pur ammettendo che il sapere non ha e mai avrà il potere di spazzare via ignoranza, maschilismo, omofobia o razzismo, esso ha però il potere – e il dovere – di negare a tali ideologie qualsiasi giustificazione scientifica o legittimazione teorica fondata.

La cultura ha il compito di togliere all’ignoranza la possibilità di mascherarsi da scienza, in questo lugubre carnevale a cui assistiamo ormai da tempo. Smascherare: questa deve essere la missione di accademici, studenti e studiosi, smascherare senza esitazione e ad alta voce. Scrivere, firmare, farsi sentire. Perché se l’ignoranza urla più forte – e su questo non c’è dubbio – chi studia sa parlare meglio e con solide argomentazioni.

Questo passaggio del libro “Antropologia culturale, i temi fondamentali” mette perfettamente a fuoco la questione:

Il razzismo esula dall’analisi delle scienze sperimentali, la sua natura non ha radice in esse quanto piuttosto nell’atteggiamento psicologico di rifiuto nei confronti dell’altro. Di chi non appartiene al gruppo in cui ci si riconosce. E come tale non può essere assoggettato alla falsificazione sperimentale e gli antropologi biologici, nella loro veste di scienziati, non hanno voce né capacità operativa nei confronti di quel disvalore. Essi hanno però il dovere di negargli qualsiasi giustificazione di tipo scientifico e così facendo partecipare, come cittadini, alla sua emarginazione.
Emarginare, dunque, e non gettare la spugna.