Vivere, una grande occasione

Da tempo non uscivo dal cinema così soddisfatta e grata, così convinta di aver visto qualcosa di sincero. Vivere, il nuovo film di Francesca Archibugi è il troppo che non stroppia.
Apprezzo molto la regista de Il nome del figlio: ho capito che provo, guardando i suoi film, lo stesso piacere che cerco nella letteratura e trovo ad esempio in Natalia Ginzburg (e ne avevo parlato qui). Io amo la letteratura che non inventa, amo il cinema che non finge. Amo cioè chi riesce a farmi capire che prima di scrivere ha osservato, vissuto e riflettuto con estrema serietà e, solo in seguito, ha scritto. Amo l’attenzione alle piccole incrinature, alle fragilità, ai rancori, ai piccoli gesti d’amore e di cura. Non amo il cinema e la letteratura magniloquenti, non amo l’approssimazione e la forzatura emotiva, quella intellettuale e artistica. Per questo motivo mi ha infastidita Martin Eden di Pietro Marcello, un film che voleva essere grande ed è riuscito ad essere, a mio parere, solo ingombrante. .

Francesca Archibugi sul set con Marcello Fonte

Vivere di Francesca Archibugi è un film meraviglioso. Ora capisco cosa intendesse lei, quando nell’intervista raccolta nel Podcast Archivio Pacifico (che consiglio, qui il link), diceva di essere lontanissima dal manierismo, volendo aderire il piu possibile al reale. C’è, nella caratterizzazione dei personaggi, una profonda consapevolezza delle fragilità dell’uomo, della natura dei rapporti e dei dolori che ne sono la conseguenza. Sono codarda e meschina come Luca, sola e insicura come Susi, colta e bisognosa come il medico Marinoni, asmatica e arrabbiata come Lucilla. Sono tutto questo e nulla insieme, inconsistente ed incoerente, esattamente come loro. E penso che ognuno di noi possa trovare qualcosa di sé nei protagonisti di questa storia.

La trama segue la Famiglia Attore: Luca, il padre, è giornalista free-lance di scarso successo, frustrato e parecchio incapace di prendere in mano la situazione; Susi, la madre, tiene dei corsi di danza per casalinghe ciccione. È svampita, trafelata, ignorante, buona. La figlia Lucilla, sei anni, è una bambina che soffre d’asma, somatizzando i disagi della famiglia. Attorno a questo nucleo si aggirano altri personaggi, i quali detonano dinamiche interne alla famiglia, mettendo in luce rapporti poco sani ma sicuramente necessari.

La sceneggiatura di questo film non è mai banale. Era molto più banale ciò che pesavo io, mentre lo guardavo, cercando di anticipare le scene. E questo penso sia dovuto al fatto che la vita, qui ben rappresentata, non è banale: banale è ciò che siamo abituati a vedere, banali sono il cinema e la letterature che ci vengono proposte, in buona percentuale. E dunque trovo che sia difficile divincolarsi da questa banalità spesso interiorizzata, al momento della fruizione di un prodotto culturale.

Questa tendenza è dimostrata dalle poche critiche uscite su questo film, che ritengo essere nella quasi totalità superficiali, frettolose, errate.
Dimostrano l’approssimazione, quella maledetta, di chi non ha tempo di ascoltare e di capire, ma ha fretta di catalogare. Quando leggo critiche come quelle di Federico Pontiggia, apparsa su cinematografo.it, penso che non si sbagliasse Carmelo Bene a deridere certi critici e giornalisti da Maurizio Costanzo (qui la puntata completa). Fare il buffone davanti a chi esigeva conferme a ciò di cui già era convinto, senza alcuna volontà di comprendere, di scendere dal piedistallo che i tempi ancora permettevano a un certo tipo di giornalisti, era una presa di posizione forte, oserei dire visionaria. Non mi riferisco nello specifico ai giornalisti in sala. Penso che l’atteggiamento di Bene venisse da lontano: dalla coscienza maturata in decenni passati a fare arte e ad avere a che fare con quella critica frettolosa e manipolatrice, malintenzionata e autoreferenziale.

Chi ha visto l’intera puntata di Uno contro tutti con Bene, avrà notato che le uniche persone che Bene ascolta e a cui risponde con serietà, sono gli ignoranti, coloro che aprendo bocca sollevano risatine e brusio di sottofondo, proveniente da una platea di intellettuali che deridono. Accattone di Pasolini, che parla come mangia, e nel farlo è sincero, onesto. (qui la clip).
Chi vedrà Vivere della Archibugi, faccia attenzione al trans sudamericano, il cui pudore e la cui dignità fanno apparire la figlia borghese dell’avvocato come ciò che è: una donna isterica e in fondo misera, preoccupata delle apparenze molto più che della morte del padre.

In sala, a vedere questo film eravamo in due. O meglio, eravamo in quattro finché i due ci hanno chiesto se non fosse il film di Brignano, e alla nostra risposta negativa hanno abbandonato la sala. Mi dispiace, perchè Vivere, è una grande occasione.