Voi che vivete sicuri, Milano Pride 2019

Il cemento rovente e l’afa tropicale non sono bastate a fermare le trecentomila persone che si sono riunite per partecipare al Pride milanese. Un record di presenze per l’evento che si tiene ogni anno a giugno, in commemorazione dei moti di Stonewell del 1969.
È stata, come sempre, una grande festa: buona musica, coriandoli colorati, petti nudi e vestiti eccentrici. Ho ballato con sconosciuti, ho fotografato anziani e bambini, donne in carrozzina e uomini cechi, ho assistito a tanti baci, urla di gioia e a quella sensazione di eccitazione che nasce dal sentirsi parte un grande corpo di persone unite in qualcosa. Una sensazione tanto potente da invadere anche i più cinici, qualcosa di universale ed atemporale. Quell’eccitazione lì, quella che anima le rivoluzioni. Cosa c’entra la festa di ieri con la rivoluzione?

C’è stato qualcosa, nel Pride milanese 2019, che è andato oltre la semplice festa: Pride “antisovranista”, l’ha definito il Corriere della sera. È nata, credo io, la consapevolezza che nell’Italia di oggi scendere in piazza e seguire il corteo fosse un dovere morale.
E qui è necessaria una breve parentesi: l’anno scorso ho deciso di non partecipare al Pride. Ero scettica ed amareggiata. Mi chiedevo dove fossero tutte quelle persone quando era il momento di scendere in piazza per Soumalia Sacko, il senegalese ucciso a fucilate nelle tendopoli calabresi, dove fossero il 25 aprile e dove fossero quando si manifestava per i porti aperti. Pensavo fosse ipocrita protestare contro alcune discriminazione e non contro altre, peggiori e più violente. – Vogliono solo la birra gratis e i gadget arcobaleno delle multinazionali – mi dicevo – la foto con i travestiti, la festa smodata. Su questo mi arrovellavo un anno fa e questi pensieri non mi hanno abbandonata: ero moralista e lo sono tuttora, con tutta la pesantezza che ne consegue per me e per chi mi circonda. Quest’anno però presentivo che sarebbe stato diverso. Abbiamo toccato il fondo, mi sono detta, la gente lo sa e lo urlerà, ne sono certa. E per fortuna non mi sbagliavo.

Nel clima festoso che anche quest’anno ha contraddistinto il Pride, e del quale certamente mi rallegro, non c’erano solo arcobaleni e glitter, ma una componente polemica che, se in gran parte faceva riferimento ai diritti LGBT, com’è sensato che sia, non si è limitata a questo. C’erano infatti striscioni che chiedevano porti aperti, libertà per Carola Rackete, diritti sociali, parità di genere e salari equi per i lavoratori meno tutelati. Erano presenti i sindacati, l’ANED (Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti), l’associazione nazionale partigiani d’Italia ed alcuni partiti. I manifestanti chiedevano a gran voce i diritti: non i diritti civili per la comunità LGBT, ma tutti i diritti per tutti.

Siamo tutti sulla stessa barca, riportava uno striscione. E allora ho pensato che, forse, qualcosa è cambiato davvero nella coscienza collettiva di coloro i quali non si identificano con il clima d’odio e di intolleranza regnante ormai in questo paese: si è finalmente compreso che non è necessario che siano lesi i propri diritti perché si reagisca all’ingiustizia. Si è capito che nessuno sarà mai libero se non siamo liberi tutti, nessuno sarà al sicuro finché qualcuno verrà violentato, discriminato, vilipeso, deriso, escluso, maltrattato, umiliato o ucciso a fucilate. Non ci sarà amore libero se un altro amore verrà criminalizzato, non ci sarà uomo che potrà dirsi tranquillo per il futuro dei propri figli, finché ce ne sarà un altro che si dirà preoccupato per la loro sopravvivenza, non ci sarà un lavoratore che potrà sentirsi tutelato, finché un altro sarà costretto ad accettare di essere sfruttato. E questo semplicemente perché il lavoratore tutelato di oggi è, in potenza, quello sfruttato di domani, e lo stesso vale per ogni sorta d’ingiustizia.

Ci sono, e ne conosco a bizzeffe, uomini e donne nei quali persiste l’illusoria certezza di poter vivere sempre sicuri nelle loro tiepide case. Sicuri di poter recintare il loro giardino in maniera ermetica, assoldare degli uomini perché lo difendano ed assoldarne altri per erigere muri piu alti se la recinzione si è dimostrata insufficiente. Ci sono uomini e donne il cui egoismo non permette loro l’empatia o l’immedesimazione, tanto meno la solidarietà. In spagnolo si dice ponerse en los zapatos del otro, in italiano mettersi nei panni degli altri. E non c’è nulla di più umano dell’atto metaforico di indossare i panni sudici degli altri, non c’è dignità maggiore che quella che si dimostra portando le scarpe rotte degli ultimi, urlando al mondo che i panni sporchi e le scarpe rotte non li merita nessuno. E infine, non c’è nulla di più nobile dell’acquisire la consapevolezza che Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici, potreste essere i prossimi discriminati, maltrattati e vilipesi, perché le recinzioni, fisiche o sociali, hanno sempre due lati. E se ignorate questo, vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.